Manifesto per l'eguaglianza dei diritti

Le infamie di ieri

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30/08/2007

So long!

               

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Troppo distratto oggi per poter scrivere qualcosa: la mente - o quella parte che non è impegnata con i preparativi per il viaggio - è già qui. Si parte domattina e si torna sabato otto settembre. Il blog resterà chiuso (con certezza pressoché assoluta) fino ad allora. La fotografia è scontata, ma è la prima che si ottiene con la ricerca immagini di Google!
A presto. Ripassate, ché poi vi interrogo.

29/08/2007

"Amori senza scandalo": sulla bellezza di essere gay

I libri che parlano di omosessualità - specialmente quando si tratta di saggi - corrono spesso il rischio di "parlare ai convertiti" e di essere di scarso o nullo interesse per chi gay non è. E' vero che a volte questo è dovuto anche al disinteresse dei lettori eterosessuali, che non hanno nessuna voglia di leggere testi apparentemente lontani dalla loro esperienza. E' raro trovare un libro che sia illuminante per entrambi e che possa offrire nuove prospettive anche ai gay, non limitandosi a confermare quello che già sanno. Amori senza scandalo. Cosa vuol dire essere lesbica e gay di Paolo Rigliano è uno di questi libri. Leggerlo, per me che sono gay, è stata una scossa: alla fine lo chiudi con la sensazione che qualcuno ti abbia preso la testa e, a poco a poco, te l'abbia girata facendoti vedere le cose che già sai, ma da un punto di vista inedito. E il punto di vista che Rigliano assume e offre ai suoi lettori è caratterizzato da un approccio assolutamente ottimistico e vitale. Il suo saggio è uno dei pochi libri che non affronta il tema dell'omosessualità da un punto di vista "difensivo", ma al contrario presenta una concezione dell'essere omosessuali in senso positivo: qui l'amore per le persone del proprio sesso è una realtà piena di senso e non è vista solo come il "negativo" (in senso fotografico, per così dire) o in contrapposizione al discorso maggioritario dell'eterosessualità. Paolo Rigliano propone un ragionamento sull'omosessualità come fenomeno perfettamente normale e naturale. Per questo suo modo inedito di affrontare la faccenda, credo che il suo saggio - oltre che essere leggibile ed emozionante come raramente un testo di psicologia sa essere - dovrebbe essere letto non solo dai gay che ancora hanno in sé sedimentate tracce di omofobia interiorizzata (cioè tutti, chi più chi meno), ma soprattutto da quegli eterosessuali che credono di sapere chi sono i gay, ma in realtà non sanno nulla.

La dichiarazione che sta all'inizio del libro di Rigliano è anche quella che, in un certo senso, lo riassume: "Allora, omosessualità è un altro nome dell'amore: un'altra possibilità di desiderio emotivo di essere con l'altro". Innanzitutto Rigliano sgombera il campo dal falso problema dell'origine (o delle cause) dell'omosessualità: chiederselo è esattamente come chiedersi da che cosa abbia origine l'eterosessualità, oppure trasformare l'omosessualità in una cosa (una specie di "ciste") esterna alla persona, quasi che questa si manifestasse in modi precisi e sempre uguali, ignorando la centralità dell'individuo. Rigliano commenta: "La vera questione è un'altra: in assenza di accettazione e valorizzazione sociale, sia le teorie biologiche sia quelle sociali o psicologiche possono essere messe al servizio dell'oppressione". Se ancora ne parlo è perché Rigliano arriva a definire con precisione quello che io, in passato, intuivo soltanto, e a respingere quell'aut aut ("natura o cultura?") che io ho sempre trovato inquietante. Riguardo al dibattito sulla presunta origine "genetica" dell'omosessualità, infatti, l'autore fa un paragone con il linguaggio: così come geneticamente l'uomo è propenso a creare e a usare una lingua, ma senza che esista un gene di una lingua specifica (il gene dell'italiano o del tedesco, per dire), così ogni essere umano è predisposto a legarsi affettivamente con un "Altro" significativo e a creare un progetto o un'immagine di "Sé-con-l'Altro" da cui trae soddisfazione e senso per la propria esistenza. Quindi "l'omosessualità è un discorso d'amore pronunciato nella lingua di tutti. Uguali sono la grammatica, le parole e le finalità: semplicemente esse dichiarano un amore che si rivolge a persone del proprio genere". Niente di più, niente di meno. E' il sistema di oppressione che commette spesso l'errore di identificare l'omosessualità solo come pulsione sessuale, costringendo gay e lesbiche a esprimersi in un'unica dimensione, più semplice e immediata, ma soprattutto "immediatamente riconoscibile da se stessi ancor prima che dagli altri"

Il saggio di Rigliano tocca poi le varie tappe dell'evoluzione delle persone gay, a partire dall'infanzia fino all'età adulta, attraversando quell'età complessa che è l'adolescenza. E' soprattutto in questo capitolo che l'autore affronta e cerca di interpretare le difficoltà che ostacolano e frenano lo sviluppo dei giovani gay verso il pieno dispiegamento della loro vita affettiva. L'adolescenza è un periodo difficile per tutti, ma chi è gay ha un sovrappiù di problemi specifici e più domande da porsi - e, spesso, la ferita dell'adolescente gay è così profonda che lascia tracce anche nell'età adulta. Soprattutto per questo motivo direi che le questioni sollevate in questa parte del libro sono quelle che più colpiscono il lettore omosessuale. Si parla, per esempio, dei rapporti con la famiglia, della fatica di costruire una percezione di sé positiva partendo da "proiezioni sociali svalutative" dell'omosessualità, di attacchi all'autostima e così via.

Ma c'è un punto nodale del testo di Rigliano in cui il suo argomentare acquista un valore davvero liberatorio per chi legge. Rigliano respinge infatti ogni riduttivismo nella definizione dell'omosessualità e di ciò che si è soliti associare all' "identità omosessuale". Quando infatti gli individui vengono costantemente denigrati in una parte così importante di sé come la capacità di stabilire legami affettivi, il dubbio su di sé e su chi sono davvero si estende e rischia di dare un colore negativo a tutta la personalità, fino a renderla incerta e a negarla. In questi casi la cosa più semplice è riconfermarla, ai propri occhi, ricorrendo a forme fisse che magari saranno anche parziali o non veramente sentite ma che almeno presentano il vantaggio di dare solidità a un'identità altrimenti vacillante. Se s'identifica l'essere gay solo con la "pulsione sessuale" per una persona dello stesso sesso, allora basterà un'intensa attività sessuale per riconfermare questa identità (ma in modo riduttivo). La stessa funzione può essere svolta da una serie di "forme tipizzate e stereotipate d'identità sessuale" - comportamenti, riti, miti e linguaggi - che creano appunto "identità tipiche". Ma, sostiene Rigliano, "quanto maggiori sono gli spazi di libertà, tanto più si allarga la gamma delle identità". E' questo il punto più liberatorio del discorso di Rigliano: non occorre fare determinate cose o essere in un certo modo per "essere gay" - vestirsi firmato o adorare Britney Spears, tanto per fare esempi banali. "L'affettività gay non determina come si deve essere: non esiste una psicologia caratteristica né esiste un modo univoco del suo manifestarsi. (...) Una reale emancipazione gay nascerà solo quando non ci sentiremo più obbligati a essere in un certo modo o spinti ad aderire 'volontariamente' a modelli precostituiti". Insomma: sii gay e sii come vuoi essere. Già al solo pensiero sembra di respirare più liberamente.

Dopodiché Rigliano esamina anche le affermazioni più frequenti degli oppressori dei gay, smontandone l'omofobia e confutandone gli argomenti. Brillante è il modo in cui disinnesca l'accusa di "sterilità" rivolta ai gay e l'opinione secondo la quale tra due persone dello stesso sesso non vi sarebbe "complementarità". Questa, ribatte Rigliano, è tra persone, perché ogni persona è differente, assolutamente unica e speciale. Da questo deriva un'affermazione positiva del valore dell'omosessualità e non soltanto difensiva e "di retroguardia". Questo modo di procedere infonde coraggio, ottimismo ed è fonte di grande vitalità. Si leggono per esempio cose come: "le persone omosessuali (...) sono un esempio luminoso di resistenza alle sopraffazioni" e "la nevroticità [attribuita ai gay] indica l'universo mentale e le azioni dei persecutori, più che una psicologia caratteristica delle vittime". E ancora: "Dietro queste luttuose predizioni e rappresentazioni c'è la volontà che i gay non escano da un destino di dolore. Si teme che, se fosse loro concesso di essere normalmente felici, i moniti e le funeste predizioni di cui sono circondati si mostrerebbero per quello che sono: il desiderio dei loro persecutori e un pretesto per opprimerli". Per questo motivo occorre sostenere e promuovere tutto ciò che aiuta gli omosessuali a esprimersi e a vivere liberamente, come per esempio le unioni omosessuali che "sono un bene collettivo prezioso per tutti, da incoraggiare e salvaguardare", perché anche questa è una forma d'amore e, in quanto tale, produttrice di gioia. Accessorio all'oppressione da parte di chi odia i gay è il gay che disprezza se stesso e che, per i suoi oppressori, è il "gay buono", mentre il "gay cattivo è quello banalmente sereno, troppo tranquillo e simile a chiunque per non essere inquietante". Mirabile è anche l'analisi del ruolo svolto dalla chiesa cattolica nel fomentare l'odio anti-gay, tanto più pernicioso quanto più si ammanta di pietà per la persona, chiamata a vivere nella castità e, quindi, a negare la sua componente affettiva: "Si sancisce una scissione tra sé e la parte malata: in questa tensione la persona è chiamata a sprecare la vita. (...) Si scatena una violenza ancor più micidiale perché colpisce al cuore l'essere umano: nella consapevolezza di sé e nell'autostima".

Amori senza scandalo ha inoltre un altro effetto su un lettore omosessuale medio - me, per esempio. Questo libro, così denso di riflessioni che puntano dritto al cuore della nostra affettività, funziona quasi da specchio in cui siamo costretti a rifletterci e, di conseguenza, a riflettere su di noi. Non c'è, insomma, una frase o un'osservazione che non ci spinga a chiederci: "E per me come è andata? E io in che modo reagisco in questa situazione?". In un certo senso, leggere questo saggio di acuta intelligenza ha anche una funzione terapeutica - o autoterapeutica - ed è per questo che ho scritto, all'inizio, che quando lo si chiude si ha la netta sensazione che qualcuno ti abbia, a poco a poco, girato la testa facendoti vedere cose, magari già ben note, ma da un altro lato. Un lato più luminoso, più vitale e più ottimista. E' un libro che consiglierei a tutti coloro i quali non hanno esperienza di persone omosessuali, ma continuano a parlarne (per lo più a vanvera), oltre che a quegli educatori che hanno a che fare con ragazzi di cui ancora non conoscono la sessualità - prima di rovinarli con pregiudizi o con riduzionismi pericolosi.

27/08/2007

Giorni in cui non essere

Per ora delego a qualcun altro descrivere il mio umore degli ultimi due giorni:

"Sint, Stièfin, sint,
zà sentenàrs di àins o zà un momènt
jo i eri in te.
Drenti, e no fòur,
pognèt tal zenoli
i sintevi il zenoli, i nasavi il fen.
Vuei i soj uculì.
Fòur, e no drenti,
i no sint il zenoli
nè il cialt dal me cuàrp.
Vuei al era
un dì ch'i vevi di no essi!" *

Pier Paolo Pasolini, Ciants di un muàrt (Canti di un morto) V, da La meglio gioventù

* (Senti, Stefano, senti, centinaia di anni or sono o un momento fa, io ero in te. Dentro, e non fuori, chinato sul ginocchio, sentivo il ginocchio, odoravo il fieno. Oggi sono qui. Fuori, e non dentro, non sento il ginocchio né il caldo del mio corpo. Oggi era un giorno che non dovevo essere!)

26/08/2007

Dei libri

"Solo di libri, da noi, c'era abbondanza: da una parete all'altra, in corridoio e in cucina e in ingresso e sui davanzali delle finestre e dappertutto. Migliaia di volumi, in ogni angolo della casa. C'era come la sensazione che mentre gli uomini vanno e vengono, nascono e muoiono, i libri invece godono di eternità. Quand'ero piccolo, da grande volevo diventare un libro. Non uno scrittore, un libro: perché le persone le si può uccidere come formiche. Anche uno scrittore, non è difficile ucciderlo. Mentre un libro, quand'anche lo si distrugga con metodo, è probabile che un esemplare comunque si salvi e preservi la sua vita di scaffale, una vita eterna, muta, su un ripiano dimenticato in qualche sperduta biblioteca, a Reykjavik, Valladolid, Vancouver."

***

"Un giorno, avrò avuto sette otto anni, eravamo seduti al penultimo posto nell'autobus, diretti forse all'ambulatorio forse a un negozio di scarpe per bambini, mamma mi disse che i libri erano capaci di cambiare, con gli anni, proprio come cambiano le persone, ma con la differenza che le persone, quasi tutte, prima o poi finisce che ti abbandonano, quando arriva il giorno in cui non ricavano da te più nessun profitto o piacere o interesse o quanto meno un buon sentimento, mentre i libri, loro non ti abbandonano mai. Tu sicuramente li abbandoni di tanto in tanto, i libri, magari li tradisci anche, loro invece non ti voltano mai le spalle: nel più completo silenzio e con immensa umiltà, loro ti aspettano sullo scaffale. Aspettano financo decenni. Senza lamentarsi. Finché un giorno, magari alle tre di notte, hai improvvisamente bisogno di uno di loro, e anche se magari l'hai abbandonato, quasi cancellato dalla tua mente, per anni e anni, lui non ti delude, scende dal suo posto e ti sta accanto, nel momento del bisogno. Senza sussiego, senza inventarsi delle scuse, senza domandare a se stesso se gli conviene e lo meriti e se gli vai ancora bene, viene a te e non appena lo chiami. Non ti tradisce mai."

Amos Oz, da Una storia di amore e di tenebra (traduzione di Elena Loewenthal)

# 37 - Il consolatore

Il consolatore arriva quando meno te lo aspetti. O forse arriva quando te lo aspetti, ma inconsapevolmente, oppure quando è qualcosa in te che lo aspetta ed è tutto teso con imminenza d'attesa, ma non sai che è quella la sua funzione. Lo scambi per qualcos'altro. Sei lì che ti stai facendo i fatti tuoi e lui appare dal nulla. Magari in un pomeriggio apparentemente immobile. D'un tratto ti sembra che la tua vita stia cambiando, ma in realtà non sta cambiando nulla, perché non è quello lo scopo del consolatore. Solo con il tempo saprai a che cosa serviva il consolatore: lenire con un po' di balsamo i tuoi punti dolenti, farti sentire ancora vivo e desiderato, dirti che tutto andrà bene quando tu pensi che le cose stiano andando per il verso storto, traghettarti al di là di un temporaneo periodo di crisi che tu, nel tuo smarrimento, scambi per catastrofe. E quando passa la crisi che cosa fa il consolatore? Chi è lui per te? Forse non è nessuno. Non è certo un messaggero del cielo. Non è nemmeno una delle sorelle della misericordia di cui cantava il buon vecchio e triste Leonard Cohen. Il consolatore è solo un uomo come tutti gli altri. E' entrato in bilico nella tua vita, ma è entrato nel momento giusto. Quello in cui la porta era socchiusa, uno spiraglio era aperto e bastava un alito di vento a spingerlo dentro. Se fosse passato un altro giorno, magari quello in cui avevi riso tutto il tempo, non ti saresti nemmeno accorto che era lì e che ti guardava. Più malinconico lui di te, non avrebbe trovato lo spazio per rispondere, con la sua voce flebile, al tuo "Entra pure". Del consolatore, soprattutto, non si parla. Non si parla con nessuno. Il consolatore resta in ombra: gli altri non sanno che lui c'è. La sua azione deve avvenire in silenzio affinché lo si possa cancellare quando di lui non c'è più bisogno. Ma chi consola il consolatore? Quando poi cala la notte e il consolatore si aggira nel bosco buio, solo con una torcia in mano perché in tutta quell'oscurità non distingue più nulla, nemmeno la più piccola foglia, se non a sprazzi e con intermittenza. Chi consola il consolatore che ostinato continua a camminare in cerca di una radura? Chi consola il consolatore?

24/08/2007

Esempi di misericordia islamica

Misericordia_islamica"Per impedire che fuggisse o si muovesse, Ghanbari è stato fatto adagiare a pancia in giù su una panchina di metallo, mentre un poliziotto gli teneva bloccate le gambe e un altro le braccia. Il raccapricciante spettacolo è andato in scena davanti a oltre mille persone, che si sono assiepate sulla piazza per assistere alla pubblica umiliazione del giovane Saeed. Molti hanno scattato fotografie con i telefoni cellulari e c’è persino chi è salito sui lampioni e sui semafori per non perdere neanche uno dei colpi sferrati dal boia in passamontagna, mentre altri agenti armati controllavano la regolare esecuzione della sentenza".

E ancora: "Dall'inizio dell'anno sarebbero state ben 120 le persone vittime della fustigazione. Fra queste, anche una donna accusata di aver indotto alla prostituzione una bimba di 8 anni e condannata a 99 frustate, e un uomo colpito a sangue perché gli era stata trovata una copia della Bibbia in macchina."

E ancora: "C’è un giudice a Berlino che ha ordinato di espellerla, e ce n’è un altro a Teheran che ha già firmato la sua condanna a morte tramite lapidazione. Perché è lesbica, anche se in Germania dicono che non può provarlo. Yasmin K. è il nome con cui parla ai giornali".

E ancora: "Centocinquanta condannati alla forca quest’anno, le impiccagioni pubbliche tornate in piazza a Teheran all’inizio del mese e riprese dai telefonini. Lapidare un uomo o una donna fino a farli morire può richiedere molto tempo, specialmente se coloro che scagliano le pietre desiderano di proposito prolungarne l'agonia. (...) Questa è la sorte che potrebbe attendere Pegah Emambakhsh, una donna iraniana di quaranta anni, il cui crimine è quello di essere lesbica. Pegah Emambakhsh ha trovato rifugio nel Regno Unito nel 2005, in seguito all'arresto, alla tortura e alla condanna a morte per lapidazione della sua partner sessuale."

Quindi, per esemplificare: se, leggendo queste notizie, dichiaro che l'islam è una religione di merda, io sono da considerare "islamofobo"? Ah, ma che stupido! Il "vero islam" non è questo: il vero islam - che è misericordioso (nonostante il termine significhi "sottomissione a Dio") - è un altro. Be', se è un altro, che ce lo facciano vedere. Non mi risulta, secondo le mie conoscenze, che ci sia un paese islamico che non violi pesantemente i diritti umani. E non mi risultano proteste di massa da nessuna parte. D'accordo: malgrado la definizione di "repubblica", molti sono delle dittature ed è comprensibile che i musulmani di laggiù non alzino la testa. Ma dove sono gli islamici che vivono nelle democrazie occidentali? Perché non si radunano loro per primi davanti alle rappresentanze diplomatiche dei loro paesi - l'Iran, in questo caso - per contestare queste pratiche brutali che tradirebbero il "vero islam", quello tutto latte e miele della misericordia divina? (A meno che il "vero islam" non sia rappresentato da quella foglia di fico che è il sufismo, che di fatto è considerato un'eresia dall'islam ortodosso).

23/08/2007

Sex and shopping, tra voglia e desiderio

"Forse parlare di 'desiderio' è eccessivo. Come per lo shopping: oggigiorno chi va per negozi non compra per soddisfare un desiderio (...) ma semplicemente per togliersi una voglia. Ci vuole tempo (un tempo insostenibilmente lungo per gli standard di una cultura che aborre la procrastinazione e postula invece il 'soddisfacimento immediato') per seminare, coltivare e nutrire il desiderio. Il desidero ha bisogno di tempo per germogliare, crescere e maturare. (...)
Nella sua interpretazione ortodossa, il desiderio va curato e coltivato, implica una cura prolungata, un difficile negoziato senza soluzioni scontate, qualche scelta difficile e alcuni compromessi dolorosi, ma soprattutto - e cosa peggiore di tutte - comporta procrastinare il suo soddisfacimento, il sacrificio senza dubbio più aborrito nel nostro mondo fatto di velocità e accelerazione. Nella sua radicalizzata, condensata e soprattutto più compatta reincarnazione sotto forma di voglia, il desiderio ha perso gran parte di tali fastidiosi attributi e si è concentrato maggiormente sul proprio obiettivo. Come recitava il messaggio pubblicitario di una famosa carta di credito, oggi è possibile 'eliminare l'attesa dal desiderio'.
Quando è pilotata dalla voglia ('in una stanza affollata i vostri sguardi si incrociano'), la relazione tra due persone segue il modello dello shopping, e non chiede altro che le capacità di un consumatore medio, moderatamente esperto. Al pari di altri prodotti di consumo, è fatta per essere consumata sul posto (non richiede addestramento ulteriore o una preparazione prolungata) ed essere usata una sola volta 'con ogni riserva'. Innanzitutto e perlopiù, la sua essenza è quella di potersene disfare senza problemi."

Zygmunt Bauman, Amore liquido (traduzione di Sergio Minucci)

La ricetta della felicità

Come si fa a essere felici? A volte mi chiedo se per essere felici non basti fingere di essere felici. A forza di fingere, quindi, ci si convince che felici lo si è davvero. Anche perché è veramente difficile definire che cosa sia la felicità (quando non ci siano grandi catastrofi incombenti o in corso, ovviamente). Dal punto di vista interiore, infatti, basta poco per spezzare quell'equilibrio in cui, a posteriori - cioè quando l'abbiamo perduto -, riconosciamo un'incarnazione della felicità. "Ma perché, perché non sono felice?" - questa domanda (da formulare a mani giunte e strette, con le nocche che tendono la pelle bianca, e con voce implorante e piagnucolante) è sufficiente a generare infelicità proprio perché turba la splendida indifferenza della serenità. Come un bambino molesto che, a tutti i costi, butta sassi in uno stagno la cui superficie fino a quel momento era uno specchio immobile. Inutile che poi si lamenti se l'acqua è agitata o piena di onde. Si finga dunque di essere felici, se proprio non lo si può essere davvero, e si vedrà che poi lo si diventa sul serio. Che valga per la felicità quel procedimento che Pascal suggeriva per diventare veri credenti? Inginocchiarsi e pregare senza farsi troppe domande: la forza dell'abitudine avrebbe fatto il resto? In questo caso avremmo un metodo behavioristico per produrre felicità. Sarebbe da brevettare.

22/08/2007

Sull'astinenza sessuale: questione di punti di vista

Masturbarsi frequentemente invece di fare sesso con qualcun altro - o persino allo scopo di non fare sesso - non sarà un po' come farsi di metadone per non prendere più eroina? Insomma: si può seriamente sostenere che chi si fa di metadone non è più tossicodipendente? O lo è, ma in modo diverso, cioè più accettabile perché legalizzato? Infilare le mani nelle proprie mutande invece che in quelle degli altri significa quindi essere meno ossessionati dal sesso? O semplicemente più pigri? O più scoraggiati? Sono tutti interrogativi inquietanti.

21/08/2007

Islamofobia: districare un'ambiguità

E' di questi giorni la pubblicazione del rapporto annuale di Human Rights First sulle violenze per motivi di odio nei confronti di varie minoranze: ebrei, omosessuali e musulmani, oltre ai "soliti" stranieri (soprattutto se sono neri in un contesto interamente bianco). Ma non è questo che intendo scrivere: è ovvio e scontato che si debba fare di tutto per prevenire questi crimini, oltre che punirli quando siano già stati commessi, affinché la violenza non venga mai incentivata - anche se, purtroppo, temo che ci sarà sempre qualche minoranza alla quale verrà assegnato un "valore negativo" su cui qualcuno scaricherà le proprie frustrazioni.

Il rapporto dell'organizzazione parla giustamente di antisemitismo - quello nuovo che, alimentandosi di pretesti politici, si salda con quello antico -, di omofobia e di islamofobia. E' di quest'ultimo termine che vorrei scrivere, perché mi pare ambiguo e mi crea qualche disagio concettuale. L'omofobia è di facile definizione - e per ora lasciamo perdere se vogliamo dare un'interpretazione intensiva o estensiva a questo fenomeno. In senso etimologico indica la paura nei confronti degli omosessuali. Ma come si passa dalla paura all'odio, poiché è questo che il termine ormai ha finito per indicare? La trasformazione è abbastanza evidente: l'omosessuale mostra al non-omosessuale che non c'è una sovrapposizione obbligata tra appartenenza a un determinato genere sessuale e orientamento affettivo, ma al contrario chi appartiene a un certo genere può benissimo desiderare legami affettivi (e quindi sessuali) con persone del suo stesso genere. E questa è una cosa perfettamente naturale. Viceversa, nella costruzione sociale dell'identificazione di genere si è sempre insistito sull'orientamento affettivo verso il genere sessuale opposto, lasciando intendere che chi invece prova desiderio per persone del suo stesso genere sessuale non soltanto "tradisce" la propria appartenenza, ma ha qualcosa di "sbagliato", come se in realtà appartenesse al genere opposto pur non avendone le caratteristiche fisiche. Nella pressione sociale alla conformità, questa è un'accusa dirompente che mette a repentaglio la definizione della propria identità. Perciò l'omosessuale rappresenta un pericolo per il non-omosessuale, mostrandogli una diversa possibilità di amare - amare cioè una persona del proprio genere senza per questo cadere automaticamente nel genere opposto. Se l'omosessuale in nulla si distingue dal non-omosessuale, quest'ultimo potrebbe avere dei dubbi sulla propria eterosessualità. Da qui la paura. E per scacciare la paura che genera incertezza riguardo al proprio genere - e quindi la propria identità - non c'è niente di meglio che odiare ciò che semina il dubbio. Il passaggio dalla paura all'odio è così compiuto. E' una trasformazione semantica che rispecchia il verificarsi di un passaggio psicologico.

Ma l'islamofobia? Il termine pone subito diversi problemi. In primo luogo qui salta il passaggio dalla paura all'odio: il musulmano non suscita certamente nel non-musulmano il timore di scoprire in sé un "islamismo" recondito che non sa di avere. Se la paura riguarda invece il rischio di un'eccessiva aggressività ideologica da parte delle frange estremiste dell'Islam, allora non si tratta più di una "paura irrazionale" - come vuole il termine "fobia" - ma di un timore razionale, più che giustificato. "Islamofobia" non è paura dell'Islam, ma odio puro e semplice per l'Islam. E qui si evidenzia subito il secondo problema. Odio verso l'Islam o verso gli islamici? Nel primo caso credo che sia perfettamente lecito "odiare" l'Islam perché quest'ultimo è una dottrina - o un'ideologia, o un sistema di pensiero (per quanto aberrante) - e, come tale, può essere criticato, respinto e detestato senza che nessuno debba per questo sentirsi in colpa. Ogni sistema di pensiero è criticabile, perché non dovrebbe esserlo l'Islam? Dovremmo forse portargli un rispetto particolare? Non credo proprio.

Nel secondo caso, invece, l'odio è diretto contro delle persone concrete, che credono - o affermano di credere - nei princìpi dell'Islam. Soffermiamoci su questo punto, che mi pare più importante. Io non sono sicuro che si possa raggruppare questo tipo di odio attribuendogli l'etichetta - già etimologicamente e psicologicamente errata - di "islamofobia". Non si può farlo perché, lungi dal definire qualcosa, questa etichetta lo vela - e lo nasconde. Chi sono gli "islamici" vittime di odio? Se qualcuno picchiasse un malese o un senegalese - tanto per citare i cittadini di due paesi a maggioranza islamica - definiremmo tale crimine frutto di "islamofobia"? Probabilmente no. Ecco quindi che in realtà l' "islamofobia" nasconde un transfert: l'odio non è tanto per l'islamico o per l'Islam, ma è per l'arabo in senso lato. Viene definito islamofobo chi odia gli arabi (o, con quel termine generico che ha acquisito valore dispregiativo: "i marocchini"). Si tratta del vecchio odio per un gruppo etnico - un odio che, si badi bene, non è assolutamente giustificato e che è, semplicemente, frutto di razzismo.

Ma a questo punto mi domando: perché chiamarlo "islamofobia"? Solo perché gli arabi sono - o vengono costretti a essere, per educazione o indottrinamento - islamici? A chi torna utile questa confusione di piani? Il punto è proprio questo: denunciando e censurando l' "islamofobia" si denuncia e si censura - giustamente - l'odio razziale che dà origine a violenze contro i cittadini che, in Europa, provengono dai paesi di lingua e cultura araba, ma allo stesso tempo si afferma surrettiziamente che non è lecito contrastare l'Islam. E' un modo per spuntare le armi alla critica razionale (e politica) del fenomeno islamico. E' evidente che questa ambiguità torna a vantaggio di coloro che, nel mondo islamico, non vogliono essere criticati e intendono proseguire nel loro tentativo di assoggettare le coscienze individuali imponendo i loro dogmi anche in ambito civile. Brandendo l'accusa di "islamofobia" nei confronti di chi li critica possono proseguire nella loro attività antidemocratica e nemica dei diritti dell'individuo e, allo stesso tempo, fingere di avere a cuore il rispetto delle persone di etnia araba.

Qual è il rischio? Il rischio è che seguendoli su questa strada - e usando l'opposizione all' "islamofobia" per difendere il diritto di un generico "Islam" a esprimersi liberamente - daremo loro uno strumento (per di più potente, perché frutto del nostro illuminismo) con il quale continueranno a opprimere delle persone - "islamici", che lo vogliano o no - le quali diventano così doppiamente vittime. Vittime dei pregiudizi etnici e razziali quando sono minoranza in Europa ma, soprattutto, vittime del lavaggio del cervello, dell'indottrinamento e della privazione della libertà individuale a cui sono state sottoposte nei loro paesi d'origine. Perché lo scopo delle religioni fondamentalistiche è proprio di diffondersi e mettere a tacere l'individuo privandolo della sua libertà: non c'è da stupirsi se per farlo sono disposte a usare il cavallo di Troia messo a disposizione dalla difesa dei diritti individuali che caratterizza il pensiero democratico.