Il modo migliore per non vivere è quello di svalutare l'esperienza nel momento stesso in cui la stiamo vivendo. Non è un segreto e, se lo è, è solo il vecchio segreto di Pulcinella: essere presenti nelle cose che facciamo, nell'istante in cui le facciamo, e considerare che è questa la nostra vita ed è questo l'unico modo per essere davvero vivi. Esserci dentro a metà, mentre l'altra metà di noi è in quello che non c'è (o perché è stato o perché ci sarà), significa svalutare la nostra esperienza di adesso, postulare una vita oltre la vita. Non sto innalzando un peana all'hic et nunc, non sto dicendo che per salvarci dobbiamo ridurre la nostra esistenza a una serie di punti isolati in cui ognuno di essi, blindato e sigillato, è privo di memoria per quelli che lo precedono e di speranza per quelli che lo seguono - questo sarebbe "vivere" in apnea - no, poiché penso che il progetto di sé e la narrazione della propria vita, con la costruzione dell'intreccio che questa comporta, siano fondamentali per darle un senso e darlo a noi stessi (anche inventandocelo, all'occorrenza, visto che non è dato a priori). Sto solo dicendo che nel percorrere questa linea fatta di innumerevoli punti dobbiamo calarci intensamente in ogni punto, senza rimpianti e senza rimorsi, e soprattutto senza credere che questo punto non valga nulla in rapporto a ciò che c'è prima e ciò che ci sarà dopo. E' più facile dirlo che farlo davvero, ma basta averlo fatto qualche volta per avvertire la sensazione di sollievo - e di pienezza - che ci assale quando siamo dentro le cose che facciamo e per desiderare di trasformare tutta l'esistenza. (Per prevenire inutili polemiche specifico che l'uso della prima persona plurale, con valore generalizzante, è un puro stratagemma stilistico: mi pare più elegante che scrivere "io", anche se il senso è esattamente lo stesso).




si, la vita acquista un senso nel "racconto" che ne facciamo (a noi, agli altri) ma ogni racconto è, appunto parziale, sino all'ultimo, immodificabile
Posted by: tato | 20/08/2007 at 23:58
sei profondamente nietzschano. tuoi malgrado?
Posted by: mat | 21/08/2007 at 14:08
E' grave? Si può curare?
Posted by: stefano | 21/08/2007 at 14:29
beh, dovresti leggere un pò di socrate... ma te lo sconsiglio vivamente.
Posted by: mat | 21/08/2007 at 14:40
ho ritrovato in quello che dici essere e tempo di heidegger (in via di confutazione,probabilmente). la temporalità come senso della cura che noi pratichiamo nel mondo, cura rivolta a noi stessi, ad altri io, a cose. la temporalità come risvolto dell'universale nel particolare. il "non riempire la vita di attimi" che diviene un "riempire i propri attimi di vita"...
Posted by: francesco | 07/09/2007 at 15:28