Si può dare di meno?
Sul Corriere della Sera di oggi leggo della proposta del senatore di Forza Italia Alfredo Biondi per le coppie di fatto, il cosiddetto "contratto di unione solidale", che prevede che venga sottoscritto presso un notaio - "una forma contrattuale modellata sul diritto privato", e quindi buona di per sé, secondo il repubblicano Del Pennino - e che "non attribuirà neppure indirettamente ai contraenti lo status familiare". Certo che no, per carità: vade retro Satana, ci mancherebbe altro. La proposta è blanda che più blanda non si può, eppure ha già trovato i suoi oppositori: l'ingegner Roberto Castelli da Lecco, insigne costituzionalista, ha sentenziato che tutte le proposte depositate - inclusa quindi quella all'acqua di rose di Biondi - sono incostituzionali.
Sembrava impossibile che qualcuno riuscisse a proporre qualcosa di meno dei Di.co e invece Biondi c'è riuscito. Ormai mi sembra di assistere a un'asta al ribasso in cui "vince" chi offre di meno. Per carità, se passasse anche una roba così, io non la respingerei. Il problema, però, è che si tratta di un'altra cosa - un nuovo tipo di contratto - e non è affatto quello che chiedevano, in primis, gli omosessuali. Innanzitutto mi chiedo perché le coppie gay, che non hanno a disposizione nessun altro strumento giuridico pubblicistico di riconoscimento delle loro unioni, dovrebbero essere costrette a rivolgersi a un notaio e, quindi, a pagare un onorario. Mi pare che chi si sposa non ha l'onere di pagare il servizio di uno specialista che gli registri un "contratto". Come se già i notai non fossero una casta sufficientemente privilegiata, in Italia.
La proposta Biondi, dunque, non risolve proprio niente. E' una proposta - diciamolo chiaro - che può piacere ai vecchi rimbambiti, a quelli che si cagano addosso all'idea del "riconoscimento morale delle coppie omosessuali" implicito nell'estensione dell'istituto matrimoniale e gridano "al lupo, al lupo" o "mamma li turchi". E su questo do loro anche ragione: sì, l'estensione del matrimonio alle coppie gay è - come lo chiamano loro - un "riconoscimento morale", ma - aggiungo io - è un riconoscimento che ci è dovuto. Più che un riconoscimento, anzi, è un risarcimento. E dopo le persecuzioni di cui gli omosessuali per secoli sono stati vittime, mi sembra che sia anche ora.
Ma per tagliare la testa al toro, la questione è molto semplice. Esiste un istituto giuridico, che è il matrimonio. Esistono delle persone che hanno capacità giuridica. Se queste persone sono eterosessuali possono accedere a questo istituto, se invece non lo sono, non possono. Siccome gli omosessuali hanno capacità giuridica - possono sottoscrivere qualsiasi tipo di contratto, cosa che, per riprendere l'esempio omofobico, i cani non possono fare -, devono anche avere la possibilità di sposarsi. Sposarsi, ovviamente, con il partner di loro scelta, che è dello stesso sesso. Tutti gli altri discorsi sono fuffa ideologica, fuffa omofobica, più o meno ripulita, a seconda del pubblico a cui si rivolge.
Non consentire ai gay e alle lesbiche di sposare il loro partner d'elezione è - come mi ha fatto notare lui - una discriminazione basata non soltanto sull'orientamento sessuale, ma persino sul sesso. Infatti nessuno va a sindacare e a indagare per quale motivo un uomo e una donna si sposano: potrebbe essere amore, ma potrebbe anche essere convenienza. E con il matrimonio ottengono - a prescindere dai loro motivi personali - automaticamente tutti i "privilegi" che il matrimonio garantisce (inclusi dei sacrosanti privilegi fiscali, che finché sono legati al matrimonio devono essere garantiti a tutti, non - come vorrebbe per esempio un Della Vedova - a tutti tranne che agli omosessuali). Paradossalmente, il "matrimonio di copertura" tra un gay e una lesbica - un ripiego molto in uso nel passato, ora non so - è perfettamente valido e lo è per il fatto che i due contraenti appartengono ciascuno a un determinato sesso. Ai due sposi non è richiesto un certificato di "eterosessualità", ma basta che siano di due sessi diversi, infatti. E' soprattutto questa discriminazione che va rimossa.




Ammiro la tenacia con cui continui a riflettere su questi temi, anche dopo la pesantissima sconfitta subita da chi a vario modo e titolo si era impegnato nella battaglia per il riconoscimento dei diritti delle persone conviventi, anche dello stesso sesso. Io, ti confesso, riconoscendomi totalmente sconfitto preferisco ora, quando voglio fare l'"impegnato", occuparmi di altro.
Solo un appunto. Sulla radicalità e profondità di questa sconfitta non mi pare sinceramente che i 'gay militanti' (intendo le poche centinaia di persone - ad essere generosi: più probabilmente non sono che qualche decina - che in Italia possono sensatatamente essere definite tali) abbiano riflettuto a sufficienza. Mi permetto di invitarli ad essere più coraggiosi e meno autoindulgenti nella ricerca di una spiegazione di questa sconfitta. Ai più numerosi omosessuali che giochicchiano, nel ventre nascosto della blogsfera, con il tema dei "diritti dei gay" e magari non hanno nemmeno fatto coming out in famiglia invece non ho nulla da dire, se non che sono davvero patetici quando fingono di non capire perché le cose in Italia vadano in un certo modo, quando è innanzitutto la loro vita, il modo in cui hanno deciso di viverla, a costituire il perché dell'andare delle cose in questo modo invece che altrimenti.
Posted by: augie | 28/03/2007 at 23:38
Mi auguro che augie stia scherzando. La compagna è fallita *unicamente* a causa dell'omofobia cattolica e delle interferenze vaticane; e dato che i cattolici non hanno intenzione alcuna di mettere in discussione la propria omofobia, non capisco come ci si possa attendere il miracolo "esternalizzandolo" sui gay conigli.
Posted by: Piccolo Josip | 29/03/2007 at 08:56
Vedo che la pensiamo allo stesso modo. Si tratta di un'eredità (quella della 'divisione dei sessi' come presupposto per un matrimonio valido) che ci portiamo da un'età anteriore a Cristo, e che con le dovute cautele (e lo dico da etero 'per natura' e fautrice della convivenza) sarebbe ora di dismettere.
Ciao
Gaia
Posted by: Divadivina | 29/03/2007 at 12:01
No, Piccolo Josip, non sto scherzando. Che la Chiesa Cattolica sia brutta, sporca e cattiva penso, sinceramente, di esserne consapevole, e nulla mi è più presente del fatto che la riserva di male di cui quest'istituzione infernale dispone pare inesauribile. Detto questo, tutta questa lotta combattuta e persa ci ha fatto capire cosa vuole su questi temi la Chiesa Cattolica, appunto, e cosa vuole ce lo ha fatto capire fin troppo bene, cosa vuole la Bindi, cosa vogliono, che so, Grillini e Mancuso ecc. ecc., ma noi 'comunità gay' (ammesso e non concesso che questa espressione faccia riferimento in Italia ad alcunché di propriamente reale), invece, cosa vogliamo? Vogliamo la 'famiglia gay'? Andiamo allora a vivere con i nostri parner e costruiamole, queste famiglie che diciamo di volere. Vogliamo che la società ci 'accetti' in quanto gay? Facciamo coming out sempre e comunque, in qualsiasi situazione veniamo a trovarci e con qualsiasi persona ci capiti di avere relazioni, imponendo a tutti l'evidenza del nostro essere persone gay. Perchè in fondo (e non m'imperta di suonare moralistico) altro che abbiamo voluto (saune, discoteche, cruising bar ecc) siamo pur stati in grado di darcelo. Ci sono molti modi, ad ogni buon conto, di 'lottare per i diritti gay'. Quello di farlo rimanendo velati è, mi sembra, il meno serio.
Posted by: augie | 29/03/2007 at 15:16
"Ai più numerosi omosessuali che giochicchiano, nel ventre nascosto della blogsfera, con il tema dei "diritti dei gay" e magari non hanno nemmeno fatto coming out in famiglia invece non ho nulla da dire, se non che sono davvero patetici quando fingono di non capire perché le cose in Italia vadano in un certo modo, quando è innanzitutto la loro vita, il modo in cui hanno deciso di viverla, a costituire il perché dell'andare delle cose in questo modo invece che altrimenti."
E te pareva che non era colpa dei gay non dichiarati se magari non ci saranno neanche i Dico. A parte che non è affatto detto che ognuno sia in grado di scegliersi il modo in cui si "decide" di vivere (o di non vivere) il proprio orientamento sessuale. Poi è del tutto arbitrario additare i gay non dichiarati come colpevoli. Perchè allora non i gay cattolici, o i gay che votano a destra, o i gay che non s'interessano di politica e si fanno i cazzi loro, o i gay che non boicottano coloro che, pur essendo gay, rientrano in una delle categorie prima citate?
C'è un solo dato di fatto: che piaccia o no, assai raramente (per non dire mai) il riconoscimento delle coppie formate da persone dello stesso sesso è stato ottenuto grazie all'impegno dei militanti gay o anche solo dei gay in generale. Credo che in nessun paese siano stati i movimenti gay a far pendere il piatto in una bilancia dalla parte desiderata. I gay non si comportano mai, in nessun paese, come un blocco politico-elettorale. Il riconoscimento (non) c'è stato perché il clima politico generale (non) è stato favorevole, e a poco serve lanciare maledizioni alla cieca verso coloro che, per comportamenti commissivi od omissivi, si ritengono colpevoli a proprio insindacabile giudizio.
Posted by: Matthäi | 30/03/2007 at 01:31
Matthäi santo subito.
Posted by: Piccolo Josip | 30/03/2007 at 11:36
Sì, affermando che la velataggine degli omosessuali velati è “il” perché della situazione d’arretratezza nel riconoscimento dei diritti civili dei gay in cui versa l’Italia ho esagerato. Al solito mi sono lasciato prendere la mano… Diciamo che non è tutto il perché ma “soltanto” uno dei diversi perché… Il fatto è che volevo reagire al mantra autoconsolatorio e autogiustificatorio secondo cui se non abbiamo ottenuto quello che volevamo è perché gli “altri” (la Chiesa Cattolica, i politici che si piegano ai diktat della Chiesa Cattolica ecc) sono “cattivi”. Gli altri di cui parliamo sono senz’altro pessimi, ma riconosciuto questo penso non sia inutile fare un bell’esamino di coscienza per capire se ciò che diciamo di volere lo vogliamo veramente e se la vita che scegliamo di vivere esprime questo volere o se invece esprime tutt’altro.
Stimando molto Mathai non voglio, ad ogni modo, polemizzare con lui. Il senso del suo post, però, è a mio parere ben poco condivisibile. Due cose. “Non è affatto detto che ognuno sia in grado di scegliersi il modo in cui si "decide" di vivere (o di non vivere) il proprio orientamento sessuale”. Non sarà affatto detto, sta di fatto però che alcuni decidono di vivere la propria omosessualità in un modo e altri in un altro: anche nello stesso contesto, c’è chi è completamente “fuori”, chi è scoperto con alcuni e non con altri e chi sceglie di essere completamente velato. Sono scelte (almeno relativamente) libere, di cui chi le compie può senz’altro essere ritenuto responsabile. Se per esempio scelgo di nascondere un aspetto importante della mia persona a qualcuno che mi è caro sarò io il responsabile del fatto che, almeno su questo aspetto, gli rimarrò inevitabilmente estraneo, perché sono io che ho scelto di non condividere con lui qualcosa che mi riguarda. Sarebbe veramente sbagliato dire dopo aver scelto di non mostrarmi che è l’altro a “rifiutarmi”, visto che il rifiuto dell’altro può eventualmente darsi solo dopo che io all’altro ho offerto qualcosa perché lo accetti.
Le scelte compiute hanno delle conseguenze, quindi, sulla vita di chi le compie ma anche sulla vita degli altri. La scelta dei velati di essere velati rende più difficile la vita di chi ha scelto diversamente, perché lo rende più solo e isolato nel suo essere visibile. Poi i velati facciamo quello che vogliono, ovviamente, ma abbiamo almeno l’umiltà di riconoscere che prima di arrivare a essere in grado di capire il senso di ciò che accade hanno una bella trave da togliere dal proprio occhio.
E veniamo all’altro aspetto del commento di MAthai con cui sono in disaccordo: “assai raramente (per non dire mai) il riconoscimento delle coppie formate da persone dello stesso sesso è stato ottenuto grazie all'impegno dei militanti gay o anche solo dei gay in generale”. L’esserci o meno di una comunità gay organizzata sarebbe quindi indifferente rispetto al riconoscimento o meno di diritti ai membri di questa comunità. Non so come replicare a un’affermazione del genere, se non rilevando che la storia di ciò che è successo nei paesi occidentali negli ultimi quarant’anni dimostra a mio avviso esattamente l’opposto. Più in generale MAthai sembra descrivere una ben strana “dinamica” dei rapporti sociali (non so bene come definirla), secondo cui prima la “maggioranza” accetta e riconosce come “normale” ciò che prima era generalmente ritenuto “deviante”, e solo una volta avvenuti questa accettazione e questo riconoscimento i membri della “minoranza” possono, ben tranquilli e senza “rischiare” più nulla, uscire finalmente fuori, magari tra gli applausi di chi prima discriminava il “deviante” e ora, chissà perché, è arrivato a convincersi che il fondo il “diverso” è “uno di noi”.
Unfortunately, it doesn't seem to work like that.
Posted by: augie | 30/03/2007 at 17:00
Mi scuso con Matthäi per averlo chiamato nel mio commento Mathai e non, appunto, Matthäi.
Posted by: augie | 30/03/2007 at 17:04
Premesso che non importa affatto se sbagli a scrivere il mio pseudonimo, rispondo brevemente.
Circa il primo punto: credo che il problema stia tutto nell'inciso dell'intervento di prima, "nello stesso contesto". Io parto dal presupposto che chi non si nasconde lo fa perché "vorrebbe, ma non può"; tu, che "potrebbe, ma non vuole". Sono due estremi tra i quali c'è un continuo di situazioni: in mezzo ci sono le situazioni concrete e la coscienza di ognuno. Io non posso dare troppi giudizi perché la mia coscienza NON è a posto, ed è vero che il nascondersi è "un" perché: ma ha senso ricondurre a "questo" perché una probabile sconfitta?
Da qui al secondo punto. E' vero quel che dici tu: c'è un'interazione, un rafforzamento reciproco, perché più la società è aperta e tollerante nei confronti dei comportamenti sessuali individuali, e meno induce o forza alla "doppia morale" che è tipica del nostro carattere nazionale, più i gay sono incoraggiati a non nascondersi, e questo a sua volta retroagisce sull'atteggiamento della società. Quel che volevo dire è che non mi pare che quando leggi sono state approvate, lo siano state in generale perché i movimenti gay si sono "imposti" allo stesso modo in cui, per esempio, la legislazione antisegregazionista negli Stati Uniti fu una conseguenza diretta della mobilitazione dei negri. Le leggi sono state approvate per un "motu proprio" di governi generalmente di sinistra, e ad arrivare primi sono stati i paesi scandinavi, quelli cioè in cui il sentire sociale era cambiato in anticipo già sulle famiglie di fatto. Non mi pare che in tutto questo le organizzazioni gay abbiano veramente "fatto la differenza": possono aver posto un'istanza, ma essa si è affermata indipendentemente da loro.
In generale, io trovo che la questione sia eminentemente politica: nascosti o no, lo scotto che si paga sulla questione nel nostro paese è la debolezza della politica e la corrispondente forza della chiesa cattolica, più che il nascondersi dei gay.
Sono invece d'accordo con quanto scrivi sulle carenze dei "leader" gay. La principale organizzazione gay del nostro paese ha centinaia di migliaia di iscritti ma non riesce ad organizzare manifestazioni di massa e fare pressione. Perché? Come mai? Io le mie risposte ce le ho e non credo siano molto diverse dalle tue.
Posted by: Matthäi | 30/03/2007 at 21:25
credo che augie abbia ragione da vendere, se la chiesa fa la voce grossa, serve che la nostra voce lo sia di più, se mai non si è stati compatti dunque è ora di esserlo, e il coming out è un modo di far numero, massa, di mettere paura a chi vuole farci tacere.
Credo sia ora di sporcarsi le mani e a essere sincero, giocare duro, io questo in italia non lo vedo. la classe politica tutta è inutile in questo contesto.
Fate casino!
Lo so che non dovrei parlare che sto nel paradiso dei finocchi.
Posted by: s.synth | 31/03/2007 at 13:35