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15/12/2006

Richard Dawkins, "L'illusione di Dio" (II parte)

[segue da qui]

Richarddawkins_1Qui Dawkins reintroduce la sua "teoria del meme": il meme è - analogamente al gene - l'unità minima di eredità culturare e rappresenta un replicatore in grado di essere copiato e trasmesso di generazione in generazione. I "memi" più adatti a sopravvivere vengono in qualche modo selezionati e si trasmettono. In questo senso si può anche formulare una teoria memetica della religione: alcuni memi sopravviverebbero per loro merito assoluto (dove con ciò s'intende, darwinianamente, la loro capacità di sopravvivere e trasmettersi, e non il loro contenuto intrinseco, che può anche non avere alcun valore oggettivo) e sopravviverebbero in qualsiasi "complesso memetico" - cioè in combinazione con qualsiasi meme (un meme di questo tipo potrebbe essere: "sopravviverai alla tua morte"), mentre altri sopravvivono perché sono compatibili con altri memi già presenti e numerosi nello stesso gruppo (cioè sopravvivono solo in quanto parte dello stesso gruppo). Sono questi che differenziano una religione dall'altra. Una religione o un'altra, quindi - per esempio, il cattolicesimo romano e l'islam - evolve in parte grazie a questo raggruppamento di memi che fiorisce in presenza di altri membri dello stesso "memeplex". L'evoluzione delle religioni avviene spesso in modo inconscio, anche se non è escluso l'intervento di persone che le organizzano in un certo modo. Tuttavia ci sono alcuni esempi di religioni esplicitamente progettate e create dal nulla, come Scientology. A conclusione di questa analisi, Dawkins racconta dei cosiddetti "culti del cargo", che si sono sviluppati nella Melanesia dell'Oceano Pacifico e in Nuova Guinea, e che esemplificano la facilità con cui possono nascere certe religioni, fornendo un modello della loro nascita dal nulla, della velocità con cui il processo di origine fa perdere le sue tracce, di come culti simili nascono su isole diverse (il che è rivelatore della psicologia umana) e di come la nascita di questi culti sia, in fondo, simile a quella del cristianesimo, che è l'evoluzione memetica di uno dei tanti culti - l'unico sopravvissuto - nati intorno a una probabile figura carismatica.

Nella seconda parte del libro, invece, Dawkins passa ad analizzare l'effetto che le religioni hanno sulle attività umane, partendo dall'etica. Innanzitutto confuta l'idea secondo la quale solo la religione - e quindi la fede in un dio - può essere alla base di una vera moralità, sostenendo anzi che se i principi etici che regolano il comportamento degli esseri umani non hanno alcun fondamento nella religione. Infatti, i testi cosiddetti sacri sono in sé troppo contraddittori per potere essere usati come fonte di precetti morali. Per dimostrarlo, Dawkins passa in rassegna vari episodi narrati nella Bibbia e conclude che alcuni di essi sono persino pericolosi - si pensi per esempio all'episodio del sacrificio di Isacco. Se non è dunque la religione all'origine del senso morale, questo da dove nasce? Anche in questo caso, Dawkins cerca ragioni darwiniane che spieghino perché gli individui sono altruisti: si va dal caso particolare dell'affinità genetica, poi c'è il motivo della reciprocità, poi il beneficio di acquistare una reputazione di generosità e gentilezza - che, oltretutto, porta a crearsi una "pubblicità" autentica. Dawkins presenta anche molti studi e indagini che mostrano come gli uomini basino le loro scelte e i loro comportamenti su princìpi morali validi universalmente, frutto di un'evoluzione biologica. Il punto è, si chiede Dawkins se "le persone religiose differiscano dagli atei nelle loro intuizioni morali. Sicuramente, se deriviamo la nostra morale dalla religione, dovrebbero differire. E invece sembra che non sia così" - e non da ultimo, verrebbe da aggiungere, lo dimostrano il livore e la violenza degli attacchi che Dawkins ha ricevuto da parte degli estremisti religiosi. A chi sostiene, dostoevskianamente, che se dio non c'è, allora tutto è consentito, Dawkins risponde con la frase, un po' cinica, di H.L. Mencken: "La gente dice che ci serve la religione, quando in realtà intende che ci serve la polizia". Per riassumere Dawkins afferma che non intende "mostrare che non dovremmo ricavare i nostri princìpi morali dalle scritture (...). Ho inteso dimostrare che noi (e questo include la maggior parte delle persone religiose) di fatto non ricaviamo i nostri princìpi morali dalle scritture" - malgrado tutto quello che i credenti sostengono, la loro concezione morale di fondo è liberale. Per fortuna, verrebbe da aggiungere, perché chi credesse fino alle estreme conseguenze a ciò che insegnano le scritture finirebbe come quelli che si fanno saltare per aria per ammazzare gli infedeli. Detto questo, è evidente che l'ateismo non è causa di maggiore immoralità. A chi continua a portare come "argomento" decisivo il fatto che personaggi come Hitler e Stalin fossero "atei" - fatto ancora tutto da verificare - Dawkins replica che "ciò che importa non è se Hitler o Stalin fossero atei, ma se l'ateismo influenzi sistematicamente la gente a compiere il male. Non c'è la minima prova che sia così". Mentre, invece, "perché qualcuno andrebbe in guerra per amore di un'assenza di fede?"

Ma perché tutta questa ostilità nei confronti della religione? A che cosa serve opporsi - si chiede, retoricamente, Dawkins - quando basterebbe ignorare le pretese dei credenti? La risposta che Dawkins fornisce è una risposta da scienziato, la risposta di qualcuno che cerca una verità confermata da prove oggettive, che studia teorie che possono essere verificate in maniera empirica e che, quindi, vede i rischi insiti nell'accettare una verità "per rivelazione": "Come scienziato sono ostile alla religione fondamentalistica, perché corrompe attivamente l'impresa scientifica. (...) La religione fondamentalistica è determinata a rovinare l'educazione scientifica di numerose migliaia di giovani menti innocenti, bene intenzionate e diligenti." Ma nemmeno la versione moderata delle religioni è priva di colpe perché "rende il mondo sicuro per i fondamentalismi insegnando ai bambini, sin dalla più tenera infanzia, che la fede assoluta è una virtù". La religione "moderata", insomma, aiuta a creare il clima di fede in cui fiorisce l'estremismo. Ciò che va criticato è dunque la religione in sé, non l'estremismo, come se questo fosse una "perversione" della "vera religione", perché infatti "come può esistere una perversione della fede, se la fede, essendo priva di una giustificazione oggettiva, non possiede uno standard dimostrabile da pervertire?". "L'alternativa (...) è abbandonare il principio del rispetto automatico per la fede religiosa": molti dei problemi di oggi sorgono proprio perché alla religione, nel discorso pubblico, è concesso un credito che non si concede ad altre cose. In un'intervista in cui parlava di questo libro e del fatto che molti si sono scandalizzati per il titolo ("l'illusione di Dio"), Dawkins ha detto che nessuno si sarebbe scandalizzato se avesse scritto un libro intitolato "l'illusione del socialismo" o "l'illusione del monetarismo". Questo perché alla religione - e all'ipotesi di dio - si garantisce ancora una certa aura di intoccabilità.

Anche se si volesse ignorare il lato oscuro delle religioni - che comunque Dawkins mette bene in evidenza quando descrive l'influsso pernicioso della mentalità religiosa sulla percezione dell'omosessualità, su problemi come eutanasia o ricerca sulle cellule staminali - resterebbe comunque la violenza che le religioni esercitano nei confronti dell'infanzia: questo manda Dawkins letteralmente su tutte le furie. La violenza non è soltanto quella fisica o il lavaggio del cervello che nell'islam radicale viene fatto ai bambini per convincerli che diventare "martiri della Jihad" sia una bella cosa, ma è anche violenza psicologica derivante dall'imporre ai bambini convinzioni sulle quali, per la loro giovane età, non possono avere riflettuto abbastanza. L'educazione in base a princìpi religiosi può, inoltre, creare scompensi psicologici che si trascineranno dietro anche quando saranno adulti, impedendo loro di vivere una vita pienamente soddisfacente (e, al riguardo, Dawkins riporta le testimonianze di molte persone ferite da un'educazione religiosa e costrette a ricorrere all'aiuto di psicoterapeuti in età adulta). Dovrebbe suscitare indignazione "l'idea che battezzare un bambino inconsapevole, che non capisce, possa farlo passare da una religione all'altra". Oggi, invece, l'indottrinamento dei bambini è considerato normale, mentre invece dovrebbe farci inorridire. "La nostra società, incluso il settore non-religioso, ha accettato l'idea assurda per cui è normale e giusto indottrinare i bambini piccoli nella religione dei loro genitori e affibbiareloro etichette religiose - 'bambino cattolico', 'bambino protestante', 'bambino ebreo', 'bambino musulmano' ecc. - mentre non ci sono etichette come: bambino conservatore, bambino liberale, bambino repubblicano, bambino democratico. Per favore, per favore risvegliate la vostra consapevolezza a questo proposito e protestate con forza quando lo sentite. Un bambino non è un bambino cristiano, non è un bambino musulmano, ma un figlio di genitori cristiani o un figlio di genitori musulmani". Particolarmente grave, poi, è quando si accetta questo indottrinamento in nome di un preteso "multiculturalismo": è inumano "sacrificare qualcuno, specialmente i bambini sull'altare della 'diversità' e della conservazione di varie tradizioni religiose".

In ogni caso, Dawkins è favorevole all'insegnamento, molto laico, della storia delle religioni e riconosce che l'istruzione religiosa dovrebbe essere parte dell'istruzione letteraria. La letteratura occidentale, infatti, è giocoforza impastata di riferimenti biblici e, per comprenderla, bisogna avere la conoscenza necessaria. Tuttavia, "lo stesso vale per le leggende degli dèi greci e romani, e noi li studiamo senza che ci venga chiesto di crederci". Bisognerebbe quindi applicare il medesimo metodo anche alla religione - nel nostro caso, il cristianesimo. Anche le tradizioni di origine religiosa possono essere coltivate, scrive Dawkins, che spiega: "possiamo mantenere una fedeltà sentimentale alle tradizioni culturali e letterarie dell'Ebraismo, dell'Anglicanesimo o dell'Islam, e persino partecipare a rituali religiosi come matrimoni e funerali, senza però accollarsi anche le credenze sovrannaturali che storicamente hanno accompagnato queste tradizioni".

The God Delusion è molto più ricco di quanto possa lasciare intendere un riassunto come il mio, sia pure abbastanza dettagliato, che potrebbe dare l'impressione che si tratti d'un testo "astratto". E invece non è così: è un libro pieno di dati, di riferimenti, di studi ed è anche per questo che è godibile - senza contare poi l'ampia bibliografia che fornisce in fondo e dalla quale sicuramente attingerò qualche spunto di lettura. Io qui, insomma, leggo l'avventura dell'intelligenza umana che, pragmaticamente, si applica alla realtà e cerca, a poco a poco, di decifrarla e non getta la spugna compiendo il famigerato "salto" kierkegaardiano nella fede religiosa. O, per dirlo con le parole di Dawkins in chiusura del testo: "Mi emoziona vivere in un'epoca in cui l'umanità si sta spingendo verso i limiti della conoscenza. Ancora meglio: forse scopriremo alla fine che non ci sono limiti".

Comments

Adesso ho capito, sei il figlio segreto di Malvino!! Non sapevo però che le ossessioni si trasmettessero di padre in figlio...

Grazie Stefano per questa presentazione ammirevolmente analitica e partecipe del testo di Dawkins. “The God Delusion” dal tuo post appare essere un testo davvero ricchissimo di temi e di analisi e di spunti per una riflessione non banale su quell’indubitalmente terribile delusione che è ‘Dio’. Se verrà tradotto lo leggerò senz’altro, anche perché affronta l’’oggetto-Dio’ da un punto di vista, quello scientifico, piuttosto lontano dal punto di vista, prevalentemente filosofico, da cui lo hanno affrontato gli autori su questo a me più presenti. Se mi posso permettere aggiungo qui che pensare all’esistenza di un piano autonomo di discorso per la filosofia rispetto alla scienza non significa essere “contro la scienza”, ma significa semplicemente ritenere che esistono delle domande che pur non avendo un carattere empirico nondimeno sono domande pienamente sensate e passibili di altrettante sensate riposte. Non significa quindi necessariamente essere ‘spiritualisti’ o credere nell’esistenza degli angeli o nell’esistenza di una vita dopo la morte o cose del genere... Ti faccio un esempio: quest’anno si è posto il problema della ‘natura’ di Plutone: pianeta o asteroide? Considerato fino ai mesi scorsi un pianeta vero e proprio, il 24 agosto 2006 l’Unione Astronomica Internazionale ha dovuto creare una nuova categoria di pianeti, quella di ‘pianeti nani’, dove poter inserire Plutone, visto che Plutone, in virtù delle sue proprietà, non poteva propriamente dirsi un pianeta vero e proprio.
Ma decidere quali caratteristiche deve avere un oggetto celeste per poter essere considerato pianeta o asteroide o qualcosa d’altro è una questione non empirica ma concettuale, un po’ come decidere che numero di capelli deve avere una persona per essere considerata calva o non calva. Problema empirico sarà poi l’applicazione del concetto definito al ‘mondo’. In questo senso, come dice Roberto Casati, la "distinzione fra pianeti e asteroidi non è scientifica, ma squisitamente filosofica". Ecco, tutto questo pistolotto per dire che la questione relativa a Dio non mi sembra una questione empirica (empirica è, semmai, la questione relativa alle credenze religiose, e su questo la scienza cognitiva ha moltissimo da dirci).
E infine, un appunto su un punto molto problematico del discorso di Dawkins, la teoria dei memi. La teoria dawkinsiana dei memi, intesi come “unità culturale di replicazione, che utilizzano i cervelli e la loro capacità di trasformare altre strutture materiali per registrarvi le informazioni allo scopo di diffondersi come farebbe un qualunque parassita” (ed esempio paradigmatico di memi sono per Dawkins appunto le idee religiose, “le quali si sarebbero strutturate come insiemi coadattati di memi e grazie alla loro intrinseca capacità di strumentalizzare il comportamento umano avrebbero dato vita al clero e a tutto l'armamentario rituale per garantirsi una continua propagazione nelle società umane”) è apparsa a molti decisamente implausibile sul piano empirico. Ne parla per esempio Gilberto Corbellini nell’articolo riportato qui: http://lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/991024c.htm. Per Corbellini la teoria dei memi (e ciò “alquanto paradossalmente dato che Dawkins si dichiara anche riduzionista e materialista”) costituisce “una forma di essenzialismo e di platonismo informazionale, che è in contraddizione con l'impostazione popolazionale e realistica del modo di pensare darwiniano.”. Ben più persuasiva è parsa ad alcuni l’”epidemiologia delle credenze” elaborata dall’antropologo materialista Dan Sperber, di cui tratta sempre Corbellini nell’articolo linkato sopra.
Detto questo: che si traduca "The God Delusion" subito!

Eh, Augie, se tu aggiornassi più spesso il blog, questo suo commento sarebbe degno di un post a sé stante.
Effettivamente, la teoria dei memi (di Dawkins, ma sostenuta anche da Dennett) è controversa. Ma questo vale - ed è il bello - delle teorie scientifiche: vanno esaminate, ed eventualmente rigettate se se ne trovano di più valide. Leggerò il link che mi indichi.

Sulla possibilità di aggiornare il mio blog ho smesso da tempo di nutrire speranze. Forse, semplicemente, mi si confà di più la natura di commentatore che quella di blogger. A ogni modo, non intervengo ancora per dire questo, che non interessa propio a nessuno, ma per segnalare a chi fosse interessato che il link inserito nel mio precedente commento non è corretto; va infatti inteso senza il punto finale:
http://lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/991024c.htm


Trovo ridicolo il libro di Dawkins: provocatoriamente, lo reintitolerei The Science Delusion.
Credi veramente che un vero ed onesto credente si sogni di dimostrare scientificamente l'esistenza del suo dio?!
Altro è il discorso relativo alle varie chiese: ma qui la questione si fa politica. I libelli qui servono a ben poco: la lotta alle strutture ecclesiastiche si fa presentandosi alle elezioni con un programma anticlericale e con l'eventuale consenso ricevuto: proponendosi politicamente l'abolizione dei vari privilegi di cui godono indebitamente le varie chiese, come ha fatto la rosa nel pugno (per la quale, come sai, io ho votato).
Sul sentimento religioso influisce ben poco la scienza, perché la disperazione umana che lo alimenta è una fonte perenne, carsica. E l'uomo si dispera da sempre e per sempre.

Bene, allora che si disperi da solo e non causi danni agli altri.
Il libro di Dawkins è utile e necessario: nel momento in cui si postula l'esistenza di un essere sovrannaturale che avrebbe creato tutto quanto e interverrebbe in questa creazione, questa diventa una questione scientifica e uno scienziato ha tutto il diritto di scrivere un libro come quello che ha scritto Dawkins. La tua reazione è prevedibile - e in realtà Dawkins l'ha prevista.

Si però è un riduzionista su tutto, e poi parla di metafisici memi. Si mette fuorigioco da solo, e poi, come scrive giustamente Felice Cimatti, riduce il sacro al religioso e analizza atti ed enunciati (battesimo, preghiere, invocazioni) ignorando il concetto di performatività. Niente di nuovo (ma gli argomenti volutamente ignorati son ben vecchi e conosciuti) e neppure di importante sull'argomento, almeno da quello che si legge nelle recensioni in italiano.

Cos'è la "performatività"?

Non ho letto il libro di Dawkins e il commento che ne fai è molto lungo; la mia risposta si baserà sul tuo commento, quindi faccio ammenda in partenza se risulterà che ho capito male o frainteso la critica di Dawkins.
Rispondere sui singoli punti (alcuni dei quali, per un profano come me, molto interessanti) richiederebbe troppo tempo.
Il problema è che quel che Dawkins dice può anche corrispondere a verità; ma Dawkins presuppone che l'approccio di tutti gli individui a qualunque fede religiosa sia un approccio di tipo speculativo-intellettuale: che, cioè, un individuo che si ritiene "credente" lo faccia perché scompone la fede in una serie di affermazioni e che su ciascuna di queste affermazioni egli pronunci un giudizio di vero-falso. Credo che siano assai pochi gli "spiriti religiosi" che procedono in questo modo, quale che sia la religione di appartenenza. Si crede, spesso, non soltanto "nonostante", ma "contro l'evidenza"; questo anche quando si "spiega" (pur senza dimostrarla) la propria fede. Al di là del merito delle osservazioni di Dawkins sui singoli aspetti, che possono essere più o meno condivisibili, penso che Dawkins questo non arrivi proprio a capirlo; non capendolo, a volte le sue critiche centrano il bersaglio (è indiscutibile, ad esempio, che non è bene indottrinare i bambini), ma altre lo manca clamorosamente. Per esempio: ma chi l'ha detto che le religioni educhino "all'obbedienza cieca e assoluta", e in ogni caso che a farlo siano solo le religioni? Non può forse esistere una fiducia cieca e assoluta anche nella scienza e nella tecnologia?

Un altro esempio è rappresentato dalle prove per l'esistenza di dio. Cito da un libro che rileggevo in questi giorni. Il libro tratta del cristianesimo, ma non è il cristianesimo in particolare che m'interessa.
"...Le prove dell'esistenza di Dio non hanno probabilmente mai convertito nessuno alla fede cristiana, e la loro validità è riconosciuta soprattutto da coloro che non avrebbero bisogno di prove: i credenti...
Il fatto, ad esempio, che il mondo esista non è messo in dubbio da nessuno, che almeno segua l'opinione generale. Ma le prove più comuni dell'esistenza di Dio...non muovono da questa semplice constatazione di esistenza. Partono dal fatto che il mondo non soltanto esiste, ma è bello, è grande, è grandioso, è biuono, è degno di un creatore: "Coeli enarrant gloriam Dei". E' chiaro che il valore della prova è in questa valutazione ammirata, entusiastica, o religiosamente rapita dell'universo creato; che dove quest'ammirazione non esiste, la prova non ha senso, e dove esiste, la prova non ne è, in fondo, che una trascrizione in forma di ragionamento logico...Il valore dimostrativo della prova riposa ancora e sempre in questa fondamentale convinzione che l'essere è buono, che il partecipare all'essere è un bene, e che il parteciparvi parzialmente e imperfettamente può essere soltanto un argomento di rincalzo in favore dell'esistenza di un Essere, in cui alla pienezza dell'esistenza si associ la pienezza del valore.
L'essere è il bene: quest'assioma platonico-agostiniano, che domina i nostri pensieri da tanti secoli, è, si può dire, il nucleo segreto di ogni dimostrazione dell'esistenza di Dio.[...]Da quest'intima associazione trae valore la prova ontologica; e quando quest'associazione si scioglie, quando diviene incerto o non più vero che l'essere è il bene, anche la prova dell'esistenza di Dio perde il suo valore."

Il resto della citazione che vorrei fare è ancora più interessante (almeno per me), ma troppo lungo. Chi è interessato può richiedermelo.


PS Non chiedetemi la fonte perché non ve la dò, anche se il libro (pubblicato nel 1952) è ancora in catalogo. :D

Non capisco di cosa stia parlando MaTThai. Ha letto bene il riassunto del libro? Cosa c'entra: "Dawkins presuppone che l'approccio di tutti gli individui a qualunque fede religiosa sia un approccio di tipo speculativo-intellettuale: che, cioè, un individuo che si ritiene "credente" lo faccia perché scompone la fede in una serie di affermazioni e che su ciascuna di queste affermazioni egli pronunci un giudizio di vero-falso."?
A volte penso che il baratro che si è venuto formando, specie in questi ultimi anni, tra la cosiddetta cultura umanistica (o sarebbe meglio dire spirtual-religioso -animistica) e quella scientifica sia veramente incolmabile, non suscettibile di nessuna sintesi, e mi chiedo perchè questo sia accaduto. E' incomprensibile questo continuo tentativo di contrapporre le due posizioni. Basterebbe che ognuno di noi esercitasse l'elementare diritto-dovere di far funzionare il proprio cervello secondo i meccanismi naturali per cui esso è divenuto, nel corso dei millenni, parte della nostra natura umana. E invece si propongono sempre gli stessi clichè: "la scienza non può arrivare alla conoscenza di dio, la scienza non può dimostrare l'esistenza o la non esistenza di dio, la scienza non può spiegare dio e così via..."
Qui il problema è semplicemente il male: il male che Matthai finge di ignorare (mi sembra di capire che come per Leibnitz il mondo in cui egli vive è il migliore dei mondi possibili, bello, grande, grandioso, buono!! (sic) ) ma dove vive costui, a fabilandia?
La scienza è solo l'arte di rendere vivibile un effimero passaggio, in attesa che se ne sciolga il mistero. Penso che Dawkins viva con rabbia e malanimo la perversa contraddizione che induce miliardi di persone a indulgere ancora nella superstizione, nonostante esse siano ormai completamente immerse in un mondo che solo grazie ad un ordinato e metodico uso della ragione ha saputo liberarsi dell'inquisizione, del razzismo, della schiavitù, delle malattie più strazianti e penose. Non è ancora il migliore dei mondi possibili, ma chi oserebbe dire oggi che in passato si stava meglio, e chi oserebbe dire oggi che in passato le religioni abbiano determinato un miglioramento della condizione umana? E' questo il punto: chi si affida ai dogmi religiosi, di qualsiasi natura essi siano, per non affondare nel gorgo di un mistero insondabile, avrà per sempre l'attitudine ad affidarsi ad altri dogmi (come pensate che sia potuto accadere che un intero popolo, penso alla Germania nazista, sia letteralmente impazzito di fronte al dogma della superiorità della razza ariana?) e a pensare per delega. Esercitare dunque la propria capacità di giudizio, sempre e comunque, questo secondo me è il vero messaggio di Dawkins, uscire dallo stato ipnotico cui ci ha ridotto l'educazione religiosa e diventare degli uomini liberi, completi, autonomi, consapevoli.

Bravo Maurizio! Ho visto il libro a Londra ovunque. Mi sono detto: "certamente sarà già tradotto anche in Italia, aspetto a comperarlo lì" e invece... Anche se non ho letto il libro posso dire che ritengo la religione un potere organizzato e fondato su mito e superstizione. Nessun religioso è disposto a chiamare col giusto nome di mito la propria fede. Trattandosi di un fenomeno sociale ed evolutivo, è perfettamente lecito sviluppare teorie scientifiche su di esso. A nessun singolo individuo, se non esistesse una sovrastruttura sociale organizzata e diffusa capillarmente nella cultura, verrebbe mai in mente di accogliere in sé una qualunque "fede" codificata, anche se avesse a disposizione i testi che documentano le "ragioni" di questo o quell'altro credo.
Come studioso dell'evoluzione, è bene che Dawkins si occupi di un aspetto dell'evoluzione della nostra specie strettamente legato alla primitiva credenza nel sovrannaturale, dovuta alla paura e dall'incapacità di controllo sulla natura, come se non fossero passati diecimila anni. Perché una caratteristica dei miti è quella di conservarsi fedelmente più di ogni altra cosa. Tempo fa lessi di uno studio fatto per cercare il modo migliore per garantire anche tra migliaia di anni che i posteri sapessero dove NON scavare per la presenza di materiali radioatti pericolosi e garantirsi che tale conoscenza non andasse perduta; l'indagine fu condotta anche da linguisti e il risultato fu che il modo più sicuro consisterebbe nell'affidare tali informazioni a dei miti. Cionostante oggi quasi nessuno (grazie al cielo) si affida esclusivamente alle pratiche religiose e, nel caso, lo fa dopo essere stato da un buon medico, da un agronomo o da un ingegnere, per sapere se sopravviverà a una malattia, se la sua terra produrrà o se la casa crollerà. Per sapere se e come fare del bene al prossimo, e contribuire al benessere generale, qualora la cultura-religione imposta in cui vive non gli impediscano di riconoscere negli altri (tutti) i suoi stessi diritti, passioni, desideri e individualità che gli sono proprie, né gli impedisca di capire che il mondo è per ora l'unica casa comune in cui tutti i sei miliardi di umani devono con-vivere, se la sua sofferenza non sia tale da impedirgli di vedere la sofferenza degli altri, potrà farlo da solo, o potrà rivolgersi a una delle tante organizzazioni, laiche o no, e compiere qualcosa di concreto, gratificando la propria coscienza. Sarebbe questa la "religione" basata sulla conoscenza e sulla consapevolezza della natura della specie umana, come valore supremo da tutelare (in quanto sprovvista di privilegi e aiuti "esterni" ad essa); religione che in parte già esiste, ma non per tutti. E anche per chi la pratica, esiste spesso poca chiarezza e una strana mescolanza tra il Credo e il detto "Aiutati che (poi, o intanto che) Dio t'aiuta". Si tratta di vedere quanto questa consapevolezza entrerà nell'evoluzione, quanto essa confligge con le religioni basate sulla trascendenza, quanto queste ostacoleranno il processo evolutivo, intenzionalmente o per il semplice fatto che si ritiene inammissibile scalzare dal suo trono l'ente superiore e provvidenziale, anche per fare meglio di lui. Sono convinto che questo avverrà in circa diecimila anni, entro i quali la religione diventerà la semplice gestione del bene comune, come deve essere, anche se ora, grazie al libro di Dawkins posso sperare ottimisticamente in una riduzione di un centinaio di anni per completare il processo.
Alf

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