La nudità della violenza in un mondo desolato: Tzameti
Io e M. siamo andati, ieri sera, a vedere Tzameti-13, un film del giovane regista georgiano Géla Babluani. A me è piaciuto, a M. forse un po' meno - e io, naturalmente, mi sono sentito un po' in colpa per averlo convinto a venire con me. Sarà forse vero, come mi diceva lui alla fine, che è un film "fighetto", a partire dalla scelta del bianco e nero, ma a me è parso assolutamente ben riuscito, considerando anche che il regista ha appena ventisei anni.
Tredici è il numero che viene affibbiato al protagonista, un giovane operaio che perde il lavoro quando il suo committente muore per un'overdose e lui ne prende il posto in un "gioco" a cui doveva partecipare quell'altro. Fortuna (o sfortuna) vuole che il ragazzo venga in possesso del suo biglietto del treno per andare a Parigi e, da lì, in un'altra cittadina. Certo, non si tratta di un film verista e qui M. ha ragione: lo spettatore deve sospendere la sua incredulità. Com'è possibile, infatti, che il protagonista - pensando di guadagnare una somma ingente di denaro - si rechi in un posto che non ha mai visto, seguendo le istruzioni di persone che non conosce, per fare qualcosa di cui ignora tutti i dettagli? Un individuo sano di mente dovrebbe sospettare qualcosa, penserebbe immediatamente che c'è qualcosa di sporco (e c'è, come vedremo). Però - in fin dei conti - noi che ne sappiamo di come vivono gli immigrati georgiani in Francia? Può darsi che un uomo, posto in determinate circostanze, sia capace di accettare qualsiasi cosa pur di guadagnare un bel malloppo di soldi.
Io sapevo già che cosa sarebbe successo a un certo punto, M. no - e non ne è rimasto piacevolmente sorpreso. In ogni caso il regista crea un senso di aspettativa che si scioglie quando il ragazzo arriva a destinazione. Lui, insieme con parecchi altri uomini, sarà l' "attore" (o, per meglio dire, la pedina) di una roulette russa organizzata in una villa in cui si radunano una serie di ceffi poco raccomandabili, pronti a scommettere ingenti somme di denaro sulla sopravvivenza dei loro "giocatori" ai vari giri di roulette russa.
Il nucleo centrale del film è dedicato allo svolgimento di questa roulette russa ed è anche la parte più aspra della pellicola. Il primo giro di roulette è quello più duro: assistiamo con il fiato sospeso, rannicchiandoci nella poltrona. In questo "gioco" sembra concentrarsi tutto ciò che è spregevole negli esseri umani: innanzitutto la loro capacità di ridurre altri esseri umani a oggetti che possono essere eliminati senza rimorsi. E' forse una metafora di certi sistemi economici, politici o sociali, in cui gli individui non contano più nulla? Sembrerebbe quasi che viga una legge di mercato nuda e cruda in cui a una domanda corrisponde un'offerta che può essere soddisfatta ignorando qualsiasi considerazione di pietà e - nel senso proprio del termine - di sim/patia. E d'altro canto c'è la disponibilità, non meno terrificante, di altri esseri umani ad accettare il ruolo di pedine, a farsi ridurre a oggetti privi di volontà. E' forse una metafora della disperazione che conduce i vari "partecipanti" a sacrificare persino la loro vita in cambio del denaro? E' la rappresentazione di un meccanismo di potere - il potere dei soldi - spogliato di qualsiasi sovrastruttura e di qualsiasi scusante? In ogni caso, nonostante il carattere estremo del "gioco" - uso il termine tra virgolette, perché ovviamente fatico a chiamarlo tale - questo viene rappresentato con estrema freddezza. Una freddezza ben scandita dall'accendersi e dallo spegnersi di una nuda lampadina appesa a un filo, che indica quando è il momento di premere sul grilletto. Colpisce infine l'impassibilità di chi ha organizzato il "gioco" e l'indifferenza con cui si ammazzano uomini innocenti: lo stesso atto di uccidere è depotenziato, come se non avesse per conseguenza un uomo che muore, come se fosse un atto gratuito e, per usare un paragone banale, semplice come bere un bicchier d'acqua". Non c'è odio, infatti, in queste uccisioni, ma una specie di desolata ovvietà.
E' qui che la scelta del bianco e nero si rivela azzeccata. Innanzitutto consente al film di non degenerare nel puro e semplice splatter e di mantenere intatta la sua forza evocativa. Il bianco e nero, inoltre, esalta l'orrore che si dipinge sui volti dei protagonisti durante i quattro giri di roulette russa, oltre che l'intensità espressiva di tutti i personaggi del film. Inoltre, in una rappresentazione così cupa dell'esistenza, il colore non avrebbe posto - e sembra quasi d'obbligo che ceda il passo a tonalità grige e un po' sporche o sbavate, come per suggerire che solo loro sono il giusto correlato oggettivo dell'universo descritto dal regista.
Secondo M. il finale è scontato. Il protagonista vince l'ultima sfida - quella con quattro pallottole nel tamburo della pistola - uccidendo il suo sfidante, un uomo accompagnato dal fratello. Dopo aver incassato la sua vincita, si defila. Mette il denaro in un pacco che spedisce per posta ai parenti rimasti a casa. Quando viene fermato dalla polizia, che era da tempo sulle tracce dell'organizzazione criminale, il ragazzo riesce a convincere l'ispettore di essere stato scartato all'ultimo momento, ma gli fornisce la targa di una macchina. L'ultima scena - drammatica nella sua concisione - è, allo stesso tempo, inattesa e prevedibile. Il "numero 13" è in treno, sta per tornare a casa, e si trova di fronte il fratello dell'uomo che ha ucciso. Senza dire una parola, questo gli spara a bruciapelo, gli ruba lo zaino vuoto, pensando di trovarvi i soldi, e fugge. L'unico scambio tra i due consiste in un intenso sguardo reciproco, con i volti ripresi in primissimo piano.
Insomma, Tzameti-13 sarà anche - come si lamentava M. mentre lo commentavamo camminando in via Torino - scontato, prevedibile, "fighetto", ma a me pare che il suo pregio maggiore sia proprio nella semplicità della trama e nella mano ferma con cui il regista ha condotto la narrazione della storia. Un inizio, uno sviluppo credibile, una fine: senza ricami inutili e senza intellettualismi. Ripensandoci ora, se dovessi scegliere un aggettivo per definirlo, direi che si tratta di un film "asciutto", che va dritto al cuore delle cose che ha da dire. Bella, infine, anche la colonna sonora - adeguatamente cupa, almeno quanto il bianco e nero - e molto bravo George Babluani, fratello del regista, che recita nel ruolo principale (e, tra parentesi, la scheda di Imdb dice che si chiama Sébastien, ma a me non risulta di averlo mai sentito chiamare così, nel film: tutti i "giocatori" vengono indicati solamente con dei numeri, lui incluso, quasi a simboleggiarne la spersonalizzazione).




Beati voi che potete al cinema vedere questo genere di film, da me nonostante ci siano diverse sale di cui un paio di "essai" (ma poi neanche tanto) sarebbe impossibile vedere pellicole del genere...
Posted by: dj | 06/07/2006 at 22:34
Be', trasferisciti a Roma ;-)
(In effetti, scherzi a parte, io amo le grandi città anche per queste opportunità che la provincia non mi offrirebbe)
Posted by: stefano | 06/07/2006 at 22:49
Bravo per la tua analisi del film. Capisco il tuo punto di vista ma io sarei piuttosto d'accordo con il tuo amico M. : il film e prevedibile, non realistico per niente, e sopratutto completamente perverso, direi anche 'sadique'. Tutti gridano al genio da parte di questo giovane Babluani, ma veramente, cosa ci ha dato da vedere, apparte une lunghissima e insopportabile serie di rounds di roulette russe? Ovviamente, ti da i brividi. Ovviamente, ti innervosisce. Ma e cosi facile.
Posted by: claire | 21/07/2006 at 16:59