Transamerica, di Duncan Tucker, con Felicity Huffman e Kevin Zegers, è un film splendido e non voglio usare mezzi termini. E' divertente, commovente, preciso. Il tema del viaggio attraverso le vastità degli Stati Uniti a cui corrisponde un percorso di scoperta (e di completa accettazione) di sé e dell'altro non è forse nuova, ma qui si esprime in una vicenda insolita. I personaggi sono costruiti bene: la loro psicologia si forma e si delinea sempre meglio con l'accumularsi degli episodi e degli scontri tra la protagonista - la transessuale Bree Osbourne - e il figlio Toby, avuto quando era ancora uno studente all'università. La storia evita la facilità di un lieto fine, che resta aperto a ogni sviluppo - anche se si presagisce che l'evoluzione del rapporto tra genitore e figlio sarà positivo. Durante questo viaggio, entrambi i personaggi crescono: Bree accetta di ricostituire in un'unica realtà il suo passato maschile - che odiava -, il suo presente in transizione e il suo futuro femminile e, alla fine, la sua conquista più grande sarà quella di avere riunito queste tre fasi della sua storia rifiutando la soluzione di continuità ma affermando invece la sua identità, il suo "io" che le comprende tutt'e tre, mentre Toby, a poco a poco, scopre l'autorità di una figura adulta che non è più il patrigno stupratore da cui era fuggito, ma qualcuno che gli insegna anche che cosa è giusto e che cosa non è giusto fare. Un processo non indolore, perché - scoprendo il passato di Bree, di cui non conosce all'inizio né l'identità transessuale, né il fatto che è suo padre - è continuamente costretto a rimodellare questo modello di adulto, accettandone i difetti e le debolezze. Per quel poco che ne so e che ho letto, il tema della disforia di genere è trattato con grande intelligenza e con assoluto rispetto: credo che chi ha attraversato questa esperienza potrà confermarlo. E poi, fin dalla prima scena, colpisce la straordinaria bravura di Felicity Huffman, nella parte di Bree. Colpisce il suo controllo del corpo, dei movimenti, lo studio e la determinazione che ha portato l'attrice - che non è una transessuale - a cercare di tradurre la fatica, l'insicurezza, i dubbi, ma anche l'orgoglio delle persone transessuali. E' una prestazione eccezionale perché il rischio era di farne una caricatura, esaltando quelli che a un occhio estraneo potrebbero sembrare caratteristiche grottesche, mentre Huffman ha saputo trovare la giusta misura nel rappresentare il personaggio. Il "miracolo" è che tutto questo avviene in un film che, alla fine, è una commedia intelligente e piacevole, con un perfetto ritmo narrativo. Se lo si confronta con il tanto osannato e premiato "Brokeback Mountain", io credo che non ci sia proprio partita e che questo "Transamerica" meriti molto, ma molto di più, tanto che mi stupisco che, per esempio, il critico del Corriere della Sera ne dia una valutazione inferiore: per me, che non sono un critico ma uno spettatore, questi sono misteri insolubili.

del "big fuss about the two goodlooking closeted homosexual cowboys" non sprecai fiato allora (tuo post di qualche settimana fa) e non lo farò adesso... di Transamerica dico che ci sono già andato due volte a vederlo -e non pev vedeve il vagazzino cavino... ;)
Posted by: d. | 23/02/2006 at 17:25
Beh, non ho voluto parlare della sommossa ormonale provocata in me da Toby-Kevin Zegers... ma il film merita in ogni caso.
Posted by: stefano | 23/02/2006 at 17:33