E così immagino il giorno in cui la differenza tra essere omosessuale o essere eterosessuale avrà lo stesso valore del preferire il gelato al cioccolato rispetto al gelato alla vaniglia. Oppure tra essere mancino ed essere destrorso. Ci saremo tolti di mezzo i finti precetti morali basati sui pregiudizi e ognuno vivrà la propria sessualità - o le proprie sessualità, meglio - come più gli aggrada, senza dovere rispettare necessariamente una presunta coerenza di sistema, ma avendo ben presente che la sessualità è sempre un continuum: la maggioranza si situa tra i due estremi che, per l'appunto, sono soltanto estremi. Forse rideranno delle polemiche che imperversano oggi sull'estensione del matrimonio alle coppie dello stesso sesso e qualcuno si chiederà com'è possibile che, un tempo, qualcuno sia stato così stupido e limitato da voler negare dei diritti a certe persone per via dei loro comportamenti. Scomparirà qualsiasi discorso sull'essenzialismo (gay o non gay, etero o non etero) e se qualcuno comincerà a chiedersi se il tale comportamento erotico è naturale o culturale verrà guardato con afflitto stupore da tutti gli altri.
Sento però già qualcuno agitarsi, inquieto, perché lo tormenta una domanda, una sola domanda: "Sì, va bene, tutto meraviglioso... Ma... la cultura gay, che fine farà la cultura gay?". Ecco: oggi vorrei scrivere qualche parola a proposito della cultura gay, prendendola un po' per le lunghe.
Chi si scopre omosessuale - anche se io preferirei dire: chi scopre in sé pulsioni prevalentemente (o anche) omosessuali -, avverte immediatamente anche la sua separatezza rispetto al resto del mondo, non in quanto tale, ma in quanto prodotto della cultura dominante e dell'educazione in cui è stato immerso sin dalla sua nascita, educazione che di quella cultura è espressione o che - a voler essere più generosi - ne porta comunque le tracce. Tutto lo spinge a comportarsi in un certo modo: da piccolo lo fanno giocare con le macchinine, i soldatini, i robot oppure con le bambole e i fornelletti se è una bambina; più grandicello le zie affettuose e le cugine impiccione gli chiedono se ha la ragazza (o il ragazzo, se l'interrogato è una "lei"). Al suo genere sessuale viene fatto corrispondere automaticamente un orientamento sessuale, naturalmente scolpito nella pietra e immutabile in omnia saecula saeculorum. Notando invece la differenza tra sé e il mondo - le sue aspettative e il comportamento (più o meno rassegnato, più o meno autorepresso) di molti suoi contemporanei - l'individuo che ha scoperto le sue pulsioni omosessuali è portato a interrogarsi sul perché lui sia così e non cosà. Da questa interrogazione - continua e, spesso, sfibrante - nasce una specie di filosofia sui generis, che è il prodotto di scarto di una riflessione accentuata su di sé, a cui normalmente non accede chi invece nuota seguendo la corrente. Da questa riflessione nasce a sua volta una descrizione della diversità, che include vari tentativi di spiegazione e di rappresentazione: insomma, nasce una "cultura gay". Se nasce e prospera, è perché all'adesione a un comportamento erotico-affettivo si attribuisce più importanza che non, per l'appunto, alla scelta della propria pizza preferita, dove nessuno chiede se sia più naturale prediligere la quattro stagioni o la capricciosa: sono entrambe naturali. Punto e basta. Il nostro finocchietto e la nostra lesbicuccia invece si trovano nella condizione di chi, mentre cammina, è costretto a guardare in continuazione dove mette i piedi: in un atto che ad altri viene così spontaneo qui si aggiunge quel sovrappiù di attenzione morbosa che, per forza di cose, renderà il loro passo più impacciato facendoli inciampare più e più volte, magari proprio perché gli altri li additano e dicono loro che non stanno camminando nel modo "giusto", cioè nel modo secondo loro unicamente ammissibile. (Gli inglesi hanno, infatti, una parola a doppio taglio: "self-conscious" - una coscienza che, per troppo rispecchiarsi, si fa goffa e impacciata). Per fortuna la spontaneità è restituita con la prima scopata o con i primi innamoramenti con un'altra persona del proprio sesso, dove di colpo si ritrovano i gesti dell'atto sessuale e amoroso che si è sempre desiderato.
Questa frattura tra sé e il mondo accomuna il gay consapevole (e qui uso il termine gay in modo sintetico, per semplificare e per farmi intendere) con chiunque, per un qualsiasi motivo, non viva come gli altri, avvertendo questa differenza come fonte di sofferenza. Se un giorno, come auspico, avere rapporti erotico-affettivi con persone dello stesso sesso (per un giorno, un mese, un anno o per tutta la vita: è irrilevante) sarà considerato con indifferenza, allora non ci sarà più questa automatizzazione della riflessione su di sé (e della deleteria "ricerca delle cause"). Naturalmente, ciò implica la fine della "cultura gay" come è intesa oggi, in quanto settore separato dal mare magnum della cultura umana tout court ("L'amante di Lady Chatterley" è una storia d'amore, "Maurice" una storia gay - tanto per intenderci) ovvero in quanto "subcultura". E la cultura gay che c'è già? Il folto esercito di romanzi e film che ruotano intorno al "coming out", per esempio, che fine farà? Be', la cultura gay che c'è già diventerà un documento storico. C'è di che rammaricarsene? Io penso di no, se questo significherà una vita più umana e meno tormentata per i nostri "figli" o per i nostri "nipoti", che non dovranno più interrogarsi sul perché di realtà così banali e scontate, come l'impulso omosessuale o l'impulso eterosessuale. Perché, o lettore, guardati bene dentro: sei un po' omosessuale anche tu - come sono un po' eterosessuale anch'io.

altro che un po'! mio caro cadavrex. eppure io ho un po' paura di quel giorno roseo e funesto in cui gay lesbiche trans e queer saranno amalgamati a etero camionisti ballerini e parrucchiere.
bisognerà inventarsi altre diversità, altre ragioni per essere messi al bando dalla società, da tutte le comunità. perché uno può esercitare una critica solo se è stato espulso, se non ha goduto dei vantaggi e delle opportunità che ti vengono offerte per comprare il tuo assenso a un dato sistema.
in questo senso mi sembra che la cultura gay - ma è mai esistita? - è già morta. la cultura o è cultura tout court o non è. i gay oggi si divertono né più né meno che come tutti gli altri: piattamente, uniformemente. non inseguono più il sogno di un'espressione autentica di sé - che sarebbe propria di chiunque aspiri ad essere individuo, intendiamoci - e che essendo gay avevano un'opportunità in più per perseguire, perché alla società, così com'erano, non andavano bene.
avevamo quindi in mano una chiave, un'opportunità per scardinare un sistema dato che non ci voleva - to',sono passato alla prima persona. se adesso ci ingloba - o peggio noi non aspiriamo a nient'altro che adeguarci ad essa - è solo per meglio triturarci insieme a quel resto di carne macinata che hanno chiamato normalità.
e con questo non intendo affermare che è assolutamente necessario o preferibile passare attraverso le fognature del sistema per poter aspirare all'aria limpida e pura di quando ti sei sfangato di dosso tutta quella merda di cui ti hanno e ti sei lasciato coprire fino a ieri. ma così di sicuro hai una possibilità in più per sentire l'odore di muffito e rancido che respirano per tutta la vita e senza neppure accorgersene quanti hanno trovato la strada libera davanti a sè perché già in sè uniformati al sistema di codici vigente là dove hanno avuto in sorte di malcapitare. come è di tutti.
Posted by: s. | 04/05/2005 at 19:01
Racconto.
Un po' di sere fa ero in un locale(*) ad ascoltare poesie. Ad un tavolo vicino, quattro ragazzini. Un amico me li presenta: 16, 17, 18 e 18 anni. Tutti tranquillamente e felicemente gay. In una città di provincia del sud. In un locale qualunque. (ed in un giorno lavorativo, che la mattina dopo dovevano andare a scuola- cosa che ha suscitato la mia più profonda invidia, ripensando a quel secolo scorso in cui io avevo sedici anni, ed i miei mi avrebbero scuoiato vivo se avessi fatto la mezzanotte in un giorno scolastico).
Ecco. Solo per dire che credo che le cose siano già ampiamente cambiate, da quando noi eravamo sedicenni brufolosi. Sicuramente questi quattro ragazzini sono figli di famiglie illuminate. Ma *esistono*, e già una cosa del genere mi sembra importante sottolinearla.
Poi, in questi commenti mi sto oramai ritagliando il ruolo del provocatore (o dello scassacazzo, al Suo buon cuore), e continuo a pensare che i gay siano una massa di piagnoni che cercano solo una scusa per poter rimanere comodi e non affrontare le vere asprezze della vita. Sono fatto così.
(ergo sottoscrivo tutto quello che ha scritto S.)
A.
(*) un locale normale, senza usare virgolette: perchè a me i ghetti non piacciono, e non vedo perchè dovrei autoconfinarmi- e scegliere deliberatamente di privarmi la conoscenza del mondo intero- come capita nei locali 'anormali'. Ops, scusate: volevo dire, nei ghetti gay.
Posted by: Antonio | 04/05/2005 at 20:12
Non chioso il commento di S.: sono in parte d'accordo, ma dovrei precisare alcune cose dal mio punto di vista - e, naturalmente, non mi va di scrivere un altro post nei commenti. Basti dire che di ragioni perché alcuni si sentiranno sempre *eccentrici* rispetto alle maggioranze ce ne saranno anche in futuro - e quindi ci sarà sempre un pensiero *deviante* (radice di qualsiasi filosofia degna di questo nome) -, ma spero che questa frattura sia individuale e non dovuta al fatto di appartenere a un gruppo determinato e circoscritto (e, in fin dei conti, *inventato*) per via di un aspetto come la sessualità.
Sono contento di leggere di questa esperienza di A. E' quello che mi pare di constatare anche a me, qui, ma non l'ho scritto perché pensavo fosse solo un'esperienza da *grande metropoli*. Non amo tuttavia la definizione di "ghetto gay": se voglio bere qualcosa, mangiare qualcosa, chiacchierare vado anch'io in un bar come ce ne sono tanti, non devo cercare il "bar gay", ma se voglio rimorchiare (leggi: scopare) qualcuno, preferisco un posto dove ho la certezza che tutti, più o meno, gradiscono la cosa (poi non gradiscono me, ma questo è un altro discorso: non sanno che cosa si perdono, ah ah ah). Altrimenti l'abbordaggio diventerebbe troppo laborioso.
Posted by: stefano | 04/05/2005 at 20:40
Ho appena terminato di leggere un romanzo, The well of loneliness, pubblicato nel '28. Stesso anno di pubblicazione di Lady Chatterly's lover. Entrambi hanno fatto scandalo: il primo perché parla esplicitamente di amori lesbici, il secondo perché violava le convenienze sociali. Il secondo, a leggerlo ora, fa sorridere. Il primo mette ancora i brividi addosso, perché la solitudine morale della protagonista è ancora fortemente attuale. Le cose cambiano, sì, ma alcune in maniera dannatamente più lenta di altre.
Posted by: Fainberg | 04/05/2005 at 21:16
Ma gli abbordaggi laboriosi sono gli unici che danno un po' di gusto, ancora.
Posted by: tato | 05/05/2005 at 00:06
Porc, Tato mi ha fregato le parole di bocca!
Posted by: Antonio | 05/05/2005 at 00:31
magari nascerà una cultura "camp" per gli etero, quelli al 100% (che, come dice kinsey, sono pochini)
Posted by: BubbleHouse | 05/05/2005 at 01:22
lo penso pure io. per quanto sia omofobico e omofilo al contempo.
Posted by: coniglione | 05/05/2005 at 03:12
Sul modo di considerare Maurice, per fortuna, c'è qualche eccezione: vedi Elisa Bolchi in Letture e riletture.
http://letture.blogspot.com/2005_04_01_letture_archive.html#111377411046676840
Posted by: Zu | 05/05/2005 at 09:22
@ Bubblehouse: la cultura etero-camp sta già nascendo...
@ A. e Tato: mi spiace, ma io non trovo affatto eccitante la frustrazione derivante da una *seduzione* laboriosa. Sono con Busi: se uno non ci sta nei primi dieci minuti, vuol dire che non ne valeva la pena.
@ Zu: grazie per la segnalazione. Ho letto la recensione, molto bella. Se non l'avessi letto, mi farebbe venire voglia di leggere "Maurice".
Posted by: stefano | 05/05/2005 at 10:04
Ste: evidentemente te lo puoi permettere ;)
Posted by: The Elephant Man | 05/05/2005 at 13:00
S., improvvisamente ottimista (davvero bel post)
"se questo significherà una vita più umana e meno tormentata per i nostri "figli" o per i nostri "nipoti", che non dovranno più interrogarsi sul perché di realtà così banali e scontate, come l'impulso omosessuale o l'impulso eterosessuale."
Ci sono ragioni sociali per cui temo che questa transizione sarà molto molto lenta (credo di averti detto l'esatto contrario qualche mese fa)
OT: non mi chiedere che fine avessi fatto, poi ti racconto
Posted by: Ivan | 05/05/2005 at 14:03
Ehm, no, Ivan... mi ricordo che però - come scrive anche s. - che mi avevi detto che si troverà comunque sempre qualche altro comportamento (o tendenza) su cui discriminare.
@ "The Elephant Man": be', insomma... permettermelo... Ci sono tanti che se lo possono permettere molto di più, te lo garantisco!!!
Posted by: stefano | 05/05/2005 at 14:10
ma sai, con me se uno ci sta nei primi dieci minuti vuol dire che lo da a tutti! Ehehehee.....
Posted by: tato | 05/05/2005 at 17:48