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26/12/2004

Guido Morselli: l'ilare solitudine del sopravvissuto

Che cosa si proverebbe a essere l'ultimo uomo rimasto sulla faccia della terra? Non me ne intendo, ma sono sicuro che una tale domanda ha ispirato numerose opere fantascientifiche. Non solo quelle, però, perché un sopravvissuto - l'unico - è al centro di quello che io ritengo il più bel romanzo di Guido Morselli - oltre che l'ultimo da lui scritto prima di suicidarsi, nel 1973. Si tratta di Dissipatio H.G., che si apre subito senza tanti complimenti, a giochi fatti: "Relitti fonico-visivi mi tengono compagnia, e sono ciò che di più diretto mi rimanga di 'loro'". 'Loro', naturalmente, sono gli altri umani, volatilizzatisi, come per evaporazione (è questa la "dissipazione" a cui allude il titolo), nel giro di una notte. Una dissipazione che ha risparmiato solo l'io-narrante, che si accinge a redigere una cronaca, interna ed esterna, dell'evento. Il romanzo è anche una lunga metafora sulla solitudine, che viene qui oggettivata: non soltanto il protagonista si sente solo e separato dal resto dell'umanità, ma per uno strano evento lo è davvero. Un mese e mezzo dopo l'avvenimento, registra: "Un lungo panico, in principio. E poi, ma tramontata subito, incredulità, e poi di nuovo paura. Adesso l'adattamento. Rassegnazione? Direi proprio accettazione. Con intervalli di proterva ilarità, e di feroce sollievo". La "proterva ilarità" è sicuramente dovuta al paradosso della salvezza concessa in dono al protagonista. Nella notte tra l'uno e il due giugno, racconta, ha deciso di morire di propria mano, calandosi in una grotta dove un'ansa forma un sifone naturale, una sorta di collettore d'acqua in cui lasciarsi scivolare e affogare. L'io narrante - di cui non sappiamo il nome, ma forse possiamo tranquillamente chiamarlo "Guido" - è un individuo esacerbato dalla società in cui abita, un uomo che vive il mondo come un affronto, e per questa ragione si è ritirato a vivere isolato tra i monti, a poca distanza da una città che ha ribattezzato Crisopoli - la città dell'oro -, che in realtà adombra senza ambiguità Zurigo, caput mundi della Borsa, del Mercato, delle transazioni finanziarie ("eletta a centro della mia detestazione del mondo", scrive Morselli). Quella notte, calatosi nel fondo della caverna, scopre di provare resistenza al suicidio: "Non ho agito. Sono stato agito dal senso organico, che è quanto dire: 85 chilogrammi di sostanza vivente non ubbidivano. Consci, a modo loro, della sentenza secondo cui morire è cambiare materia, non erano disposti a cambiare materia". Decide di uscire e, uscendo, sbatte la testa contro uno spuntone di roccia e perde i sensi. E' qui il paradosso - pieno di ironico understatement - su cui si basa la sua "salvezza": proprio mentre lui decide di farla finita, gli altri esseri umani scompaiono. Sembrerebbe quasi la proiezione oggettiva dell'idea secondo la quale chi si suicida in realtà vorrebbe cancellare il resto del mondo: qui il protagonista resta in vita ma, in compenso, si realizza il senso nascosto del suo progetto di suicidio. Ma si tratta di salvezza o di condanna, si chiede l'io-narrante? Se la dissoluzione improvvisa del genere umano è una condanna, allora lui è l'unico salvato, ma se, viceversa, tale dissoluzione è un premio - una sorta di assunzione nei cieli - allora lui è l'unico condannato a restare in vita.

La descrizione della città deserta incanta il lettore ed evoca una spettralità tentatrice. Vi regnano il silenzio e gli oggetti che sembrano vivere di vita propria: le linotypes nei giornali muovono i loro bracci meccanici, un furgone delle Poste con le ruote all'aria, macchine uscite di strada. Un ultimo tentativo lo spinge a chiamare numeri telefonici a caso, da Parigi a New York, senza ottenere risposta, oppure a correre all'aeroporto di "Teklon" - chiaramente, Kloten -, in cerca di conferme o di smentite, salvo trovarlo completamente abbandonato, con un aereo che, sbandato, appoggia la sua ala sulla fusoliera di un altro apparecchio. Invece, tutto ciò che è vivente ma non umano riprende possesso di un mondo che gli esseri umani avevano reso per loro inabitabile: una gallina davanti alla sede dell'UBS, gatti che si inseguono nel centro della città davanti ai templi della finanza, caprioli che zampettano in fila tra le rotaie della ferrovia. E' evidente, agli occhi dell'unico superstite, che l'Uomo è stato un cancro, una piaga che ha sconciato la faccia della Terra: "La loro colpa peggiore, o più recente, era l'Imbruttimento del mondo. Si usava aggiungere altre imputazioni: l'Inquinamento, l'Inferocimento (anzi, con eufemismo, la 'violenza'). (...) Io non li condanno. Forse mi basta sapere Crisopoli ridotta a Necropoli. E' un castigo adeguato, ai miei occhi" e, ancora: "Andiamo, sapienti e presuntuosi, vi davate troppa importanza. Il mondo non è mai stato così vivo, come oggi che una certa razza di bipedi ha smesso di frequentarlo. Non è mai stato così pulito, luccicante, allegro" o, infine, "ho paura dell'uomo, come dei topi e delle zanzare, per il danno e il fastidio di cui è produttore inesausto". Tutto il romanzo è disseminato di valutazioni critiche dei meccanismi che governavano il funzionamento della società e gli stessi uomini - proprio per il fatto di essere finiti in quanto specie - vengono raccontati con il piglio di qualcuno che si situa a mezza via tra lo storico che descrive ere geologiche sepolte e lo scienziato che spiega il funzionamento di un virus: non c'è animosità perché la tara era insita negli uomini e al sopravvissuto non resta altro che descrivere come erano. ("Il macchinone sociale era capace di macinare instancabilmente, indefinitamente; purché non si bloccasse un solo attimo. O la continuità ininterrotta o la decomposizione immediata. Secondo la sua stessa logica, non dovrebbe potersi riprendere. Ma ci si può fidare?")

Quello che stupisce, nel romanzo di Morselli, è infatti lo stile della narrazione. Pur esplorando un'ipotesi estrema, la scrittura resta sempre molto asettica: frasi brevi, nessuna retorica incandescente, ironia sottotono. Se non sapessi che l'autore è italiano, penserei che si trattasse di un romanzo tradotto, magari da una lingua scandinava o dall'olandese. Non c'è accenno di veemenza sentimentale, ma, al contrario, la scrittura di Morselli è molto cerebrale e intellettuale, anche nell'affrontare un argomento simile. Eppure proprio questo approccio così distaccato rivela l'investimento emotivo da parte dell'autore, che non sta fingendo il suo disgusto. Se lo intellettualizza, lo fa per non lasciarsi sopraffare. Non c'è una parola di troppo e Dissipatio H.G. è una costruzione di cristallo. Lo sguardo che l'autore rivolge a quello che resta del mondo dopo che gli esseri umani l'hanno "abbandonato" è lo stesso che rivolge a se stesso e ai suoi ricordi. Le sue sensazioni, come la paura che a un certo punto lo coglie, la crisi che lo spinge a vagare di edificio in edificio, facendolo accampare in ristoranti o alberghi disabitati, sono imbrigliate dalle sue frasi brevi, secche e precise. Dissipatio H.G. è anche un romanzo molto erudito, ma i frammenti dell'erudizione del protagonista - che è anche l'erudizione dell'autore - navigano come relitti sparsi dopo un naufragio. Sono frasi e idee di pensatori, psicologi, sociologi, scrittori che puntellano la sua solitudine definitiva - quello che lui chiama il suo "solipsismo", il suo essere una "monade intellettuale senza aperture né impegni".

Tuttavia, Dissipatio H.G. si conclude con un'immagine di speranza, che però non proviene affatto dal mondo umano - ormai è assodato: dagli esseri umani, nessuna salvezza, nessuna vita. Seduto su una panchina di un viale, il protagonista osserva l'asfalto, su cui rivoli di acqua piovana hanno steso uno strato di terriccio, dove "qualche cosa verdeggia e cresce, e non la solita erbetta municipale; sono piantine selvatiche. Il Mercato dei Mercati si cambierà in campagna. Con i ranuncoli, la cicoria in fiore". Su questa immagine, bella e desolata, si conclude questo romanzo così insolito per la provinciale letteratura italiana: un romanzo nudo che - rinunciando ai fronzoli e agli orpelli della retorica - oggettivizza la stanchezza per il mondo e per la società, la trasforma in racconto e in medicazione per il lettore.

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