Nel suo saggio Il Mostro Mite, Raffaele Simone, docente di linguistica all'Università di Roma Tre, parte da una constatazione oggettiva: ovunque in Occidente - non soltanto in Italia, cioè - la sinistra è in arretramento: spesso perde le elezioni e, anche quando non le perde, i suoi princìpi sono sotto attacco, tanto che nei paesi in cui governa si è dovuta "adattare" e li ha annacquati. Perché questo è accaduto? Simone tenta di dare una risposta, sia in termini "negativi" - facendo un'analisi di ciò che non ha funzionato nella sinistra stessa -, sia in termini "positivi" - descrivendo quello che si è sostituito alla sinistra, mostrandosi così potente da prenderne agevolmente il posto.
Se è vero che alcuni obiettivi storici della sinistra si sono realizzati, è altrettanto vero che nessuno si è radicato nei paradigmi politici e, soprattutto, nella mentalità collettiva dei paesi occidentali. L'idea di welfare, l'istruzione obbligatoria, la salvaguardia del lavoro e dei lavoratori, la difesa dei diritti civili sono princìpi di sinistra che - malgrado tutte le critiche - si sono imposti, ma altri obiettivi, come "libertà, uguaglianza, comunità, fratellanza, giustizia sociale, società senza classi, cooperazione, progresso, pace, prosperità, abbondanza, felicità", sono lungi dall'essersi realizzati e - commenta Simone - "sembrano perfino toccanti nella loro smodata ambizione o nel loro candore". Oltre a questo, c'è il problema della catastrofe provocata dalla versione comunista con cui la sinistra viene spesso - anche a sproposito - identificata. Da questo punto di vista, i suoi avversari hanno buon gioco a ridurre ogni "sinistra" alla sua incarnazione comunista, usando questo termine per denigrarla e svalutarla. A questo si aggiunge l' "inarrivabile pochezza intellettuale e ideativa dei gruppi dirigenti" della sinistra, che si caratterizza appunto per la sua incapacità di analizzare la realtà e di fornire soluzioni di ampio respiro. Numerosi, infatti, sono i fenomeni e i nodi epocali che la sinistra non ha saputo nemmeno prevedere: "l'integrazione europea [...], l'unificazione della Germania e la caduta dei comunismi centro-orientali, l'esplosione del fattore etnico della politica, il dilagare dell'immigrazione clandestina di massa in tutta Europa, il fondamentalismo, l'islamismo radicale e il connesso terrorismo, la catastrofe ecologica e demografica, la rivoluzione digitale, la globalizzazione, la posizione dell'Europa nel mondo, il risveglio della Cina e dell'India, le mode culturali dei giovani e la trasformazione dei loro valori politici, la violenza urbana e i nuovi processi sociali, la crisi della scuola e dell'educazione". Tutto ciò ha provocato una crisi culturale della sinistra che sovente è diventata un contenitore in cui non si sa che cosa mettere. Il caso dell'Italia, infatti, è paradigmatico: Simone ricorda l'evoluzione del PCI e sottolinea come a ogni passaggio "il patrimonio della sinistra ha perso un grado alcolico", come se il motto di ogni operazione di fusione - compresa l'ultima, quella del PD - fosse "scolorirsi prima di fondersi". Sintomatico di questo modo di procedere è il cosiddetto "buonismo", definito da Simone come un atteggiamento di "mansueta accettazione di tutto ciò che accade, di paziente resa alle cose come vengono, soprattutto per quanto riguarda i processi sociali", pericoloso perché "dietro il suo aspetto sorridente e speranzoso il buonismo nasconde un atteggiamento passivo, inerte e un po' ottuso, non privo di fattori di tipo penitenziale e di auto-flagellazione", dettato dalla paura di apparire "troppo di sinistra".
Tutto ciò, però, non basterebbe a spiegare il declino della sinistra, se non ci fosse l'altra faccia della medaglia - la faccia, per così dire, vincente -, rappresentata dal trionfo della destra nella sua fase moderna, globalizzata e mediatica. E' quella che Raffaele Simone definisce "Neodestra". Diversamente dalle destre tradizionali - soprattutto quelle autoritarie o fasciste - la Neodestra si è imposta con metodi non cruenti, anche se talvolta sono devastanti, ed è perfettamente adeguata ai tempi. Innanzitutto è seducente e sa rendersi desiderabile, poi è "embedded" - incastonata - nella globalizzazione e nei poteri planetari, è tecnologica e arcicapitalistica - cioè più finanziaria che industriale, perché se fosse industriale richiederebbe la cooperazione degli operai, che sono potenzialmente pericolosi -, non si lega a un singolo partito, perché rischierebbe di essere sconfitta una volta che fosse sconfitto quel partito, ma si impone soprattutto come una "mentalità diffusa e impalpabile" che si assorbe semplicemente seguendo i media (la televisione in primo luogo). E' ultraconservatrice, tranne che per quanto riguarda l' "innovazione dei proditti" e l' "espansione dei consumi", che devono svilupparsi senza fine: "Il mercato e il consumo sono per essa la vera mission della modernità". L'arcicapitalismo, infatti, non sfrutta soltanto i propri lavoratori, ma cattura la sua clientela e trasforma i cittadini in "clienti condannati allo stato di puerizia". La superficie, dunque, è scintillante, ma sotto di sé ha un nucleo duro che sa imporsi: grazie alla prima impone un atteggiamento di divertimento continuo, ben espresso attraverso la forma principe dell'entertainment. Se la Neodestra è vincente è anche perché non limita i suoi affari a un singolo paese, ma si estende a tutto il globo ed esprime un sistema politico-finanziario sottratto a ogni controllo politico e sindacale.
Secondo Simone, dunque, la sinistra ha perso nei confronti di questa seducente Neodestra proprio perché quest'ultima esprime lo "Zeitgeist" - lo spirito dei tempi - e "appare moderna, affabile e trendy". La sinistra, invece, con i suoi ideali spesso faticosi, che richiedono l'intervento attivo della politica e uno sforzo in più di mediazione, ha un'aria polverosa e uggiosa. Per citare le parole di Simone: "In un'epoca dissipativa, consumista e liberista all'estremo come la nostra, [gli ideali della sinistra] hanno un aspetto intrinsecamente restrittivo, dimesso e deprimente". Anche chi in teoria dovrebbe essere il naturale destinatario degli ideali di sinistra ha perfettamente metabolizzato gli incanti della Neodestra: "il nuovo atteggiamento dei 'sottoproletari' verso l'istruzione e la cultura: agli albori della modernità globalizzata, quel che a loro importa è entrare non nel circuito dell'istruzione ma in quello del consumo. Insomma, vogliono cominciare a consumare come i benestanti, come la classe agiata. Vogliono entrare nello Zeitgeist. Quella [...] è la premessa del riscatto". Più facile, dunque, che rivendichino la Playstation che non, per esempio, la difesa della scuola pubblica o del sistema sanitario nazionale.
Per meglio definire questo fenomeno della Neodestra, Raffaele Simone usa il termine di "Mostro Mite", che dà il titolo al suo saggio e rappresenta il "paradigma di cultura delle masse della Neodestra", le cui caratteristiche vengono descritte nella parte conclusiva del saggio. C'è l'ossessione per il tempo libero, che deve essere sempre occupato, possibilmente con il "fun", il divertimento a tutti i costi; c'è l'indebolimento della capacità di separare la realtà della finzione ("il Mostro Mite, inducendo la perdita della distinzione tra cose vere e cose finte, ha sparso sul mondo moderno, a mo' di polveri sottili, una condizione di lieve psicosi"). Questa distinzione, sostiene Simone, s'affievolisce fino a sparire e "il falso deborda nel vero, lo avviluppa e divora fino a installarsi al suo posto con piena autorità ontologica". Ma soprattutto c'è il predominio della dimensione del "vedere" - ai cui presupposti l'autore dedica pagine molto interessanti -, che nell'epoca moderna significa soprattutto vedere "spettacoli", cioè cose montate ad arte per creare certi effetti. Il reale viene a sua volta spettacolarizzato e al tentativo della comprensione, che richiede impegno e sforzo, si sostituisce l'atto del guardare, per il quale basta un impegno interpretativo pressoché uguale a zero. "Il reale 'duro' diventa, agli occhi di chi è abituato alla tecno-visione, impalpabile e fasullo al pari della sua raffigurazione". Infine, tra i paradigmi dell'epoca contemporanea, Simone annovera lo svanire di sentimenti come la vergogna - una passione ormai "inutile" in un mondo in cui il vedere e il farsi-vedere hanno valore preminente - e la compassione, ovvero la solidarietà, che il "Mostro Mite" ha rimpiazzato con un imperturbabile egoismo, di cui nelle pagine successive vengono declinate le manifestazioni più evidenti.
Nel capitolo conclusivo Raffaele Simone si pone una domanda curiosa: "Il mondo è di destra?" - intendendo, con questo, se gli istinti dell'uomo non lo portino "naturalmente" a destra. Per rispondere, espone in cinque punti i tratti che caratterizzano la destra: postulato di superiorità, postulato di proprietà, postulato di libertà, postulato di non-intrusione dell'altro, postulato di superiorità del privato sul pubblico. Presi nel loro insieme, disegnano una "società aggressiva, egoistica e pericolosa". Attorno a questi postulati - più o meno mitigati - si articolano le varie versioni della destra, che corrisponderebbero a una sorta di tendenza naturale o nativa - cioè precedente a ogni elaborazione - così come si manifesta, per esempio, nei bambini. Per giustificare sé stessa, infatti, "la destra riconduce le differenze (cioè le disuguaglianze) tra gli uomini alla natura o alla situazione di fatto (o a Dio). In ogni caso le tratta come inevitabili o inestirpabili, o perfino salutari, perché riflettono una disparità che è nelle cose stesse, non nell'arbitrio della storia. Chi 'sta sopra' [...] deve avvantaggiarsi di chi 'sta sotto', perché le cose stanno così. Per questo le differenze non vanno corrette con provvedimenti di riequilibrio, ma devono esser lasciate come sono e messe semmai a frutto". Le posizioni di sinistra, invece, sono "astratte, laboriose e labili" - scrive Simone - e, quindi, per stare a sinistra, occorre un maggiore sforzo su sé stessi: la sinistra esprimerebbe, dunque, una posizione più culturale che è più difficile e costosa da mantenere, anche perché - per essere conservata - occorre che l'individuo vada contro i suoi interessi immediati. In un'epoca come la nostra, una posizione come questa è destinata a essere perdente o, quanto meno, a essere sempre in bilico, soprattutto quando si pensa alla scarsa caratura intellettuale di chi dovrebbe difenderla, traducendola in proposte politiche e formulando prospettive per il futuro. Stare a sinistra - dice Simone con una certa amarezza - ha una "dimensione intrinsecamente 'penitenziale'"
Per tutto il saggio di Simone serpeggia insomma la sensazione che ormai sia troppo tardi per recuperare il tempo perduto. Per riprendere una similitudine usata dall'autore, la sinistra assomiglia a certi corrispondenti di guerra inesperti che arrivano sul teatro d'operazioni in ritardo, quando ormai le truppe si sono ritirate, il vincitore è stabilito e non c'è più nulla da descrivere. La domanda, quindi, non riguarda più il "che cosa si può fare?", ma il "che cosa è successo perché si arrivasse a questo punto?". Nella sua analisi, Simone sembra il medico che stila un referto dopo aver fatto una diagnosi - e molto spesso, nel suo libro, questa diagnosi assomiglia tristemente a una dichiarazione di morte.