Che spazio può avere un intellettuale in una contemporaneità dominata dall'ossessione del denaro e in cui tutto viene valutato (e pagato) in base alle richieste del mercato? Lo sperimenta sulla propria pelle Ruediger Stolzenburg - un cognome che sembra quasi un programma, dato che in italiano suona più o meno "fortezza dell'orgoglio" -, il protagonista del nuovo romanzo di Christoph Hein, Weiskerns Nachlass (L'eredità di Weiskern). Stolzenburg, infatti, è un docente all'università di Lipsia. Insegna qualcosa che ha a che fare con la letteratura o il teatro - materie che certamente non aprono grandi prospettive - e la sua posizione è alquanto instabile. Da quindici anni ha soltanto un impiego a metà tempo e non c'è una cattedra in vista, malgrado le promesse del direttore dell'istituto. Dappertutto si tagliano i fondi e anche all'università si mira alla redditività. Senza contare, poi, che Stolzenburg non è più un giovane di primo pelo: all'inizio del romanzo compie cinquantanove anni. Troppo vecchio per fare ancora carriera, ma troppo giovane per andare in pensione (e con una miseria di pensione, oltretutto). Per sopravvivere si barcamena con una serie di lavoretti e di collaborazioni - una recensione qui e là, una conferenza ogni tanto in qualche università che si può ancora permettere di pagargli un rimborso spese -, ma il suo sogno sarebbe riuscire a far pubblicare le opere complete di Friedrich Wilhelm Weiskern, oscuro autore sassone del Settecento, librettista per Mozart e cartografo, di cui Stolzenburg si occupa da oltre cinque anni, senza peraltro guadagnarci il becco di un quattrino. Weiskern diventa così il simbolo di una passione gratuita, un obiettivo esistenziale su cui il protagonista investe tutte le sue speranze, senza però mai riuscire a tradurle in realtà, e in questo modo si trasforma anche nella misura dello scollamento tra "ideale" - e quindi immagine idealizzata del proprio destino e della propria esistenza - e "reale". Ogni volta che Stolzenburg cerca di dare corpo al suo progetto, contattando per esempio un editore di Francoforte che secondo lui potrebbe pubblicare le opere di Weiskern perché è l'unico che in passato a lui dedicò una tesi di dottorato, è costretto a cozzare contro il muro del reale che è innanzitutto il muro dell'ineludibile, sotto forma di costrizione economica. Weiskern rappresenta quindi anche il naufragio dei sogni e la disillusione da una certa ingenuità (che potremmo chiamare ancora giovanile, se non fosse che Stolzenburg è ormai alle soglie della vecchiaia).
La situazione di Stolzenburg è, insomma, tutt'altro che rosea. Oltre alle difficoltà economiche, però, sulla testa del protagonista piovono numerose altre disgrazie che gli complicano la già complicata esistenza. Innanzitutto la vita sentimentale è disastrata: dopo il divorzio dalla moglie Stolzenburg ha avuto solo relazioni provvisorie e funzionali con donne più giovani di lui, l'ultima delle quali è la manicure Patrizia, almeno fino a quando la bibliotecaria dell'Università non gli presenta una sua amica, Henriette, una donna più matura di cui lui s'innamora. Peccato però che lei, scottata dalle sue esperienze con gli uomini, finisca per ritrarsi nel suo guscio e respinga le proposte di lui. Tutto congiura contro di lui: il fisco l'ha preso di mira e gli chiede undicimila euro di tasse arretrate che lui non avrebbe versato e che ora non è in grado di pagare; una banda di ragazzine violente lo aggredisce con una catena; Judith - la figlia - si fa viva solo quando ha bisogno di farsi prestare dei soldi; un suo studente, rampollo ricco di una famiglia di imprenditori di successo, cerca di corromperlo offrendogli venticinquemila euro perché lo promuova con dei buoni voti. Nei dialoghi tra Stolzenburg e questo studente - molto lucido e freddo nell'esporre la sua filosofia di vita e, in un certo senso, perfettamente razionale nell'esporre le sue motivazioni - e tra Stolzenburg e il consulente che lo aiuta a risolvere i suoi problemi col fisco - lui è un giovane appassionato di finanza e di borsa, grazie alle quali si è arricchito - si manifestano due concezioni opposte dell'esistenza che, più che scontrarsi, restano sempre reciprocamente incomprensibili: parallele che non s'incontrano mai.
C'è però dell'altro: giunto alla soglia dei sessant'anni, il protagonista ha la sensazione che il tempo gli stia sfuggendo definitivamente di mano e che la vecchiaia incomba su di lui, fino a quando un giorno si manifesterà, improvvisa e inesorabile. Su questa condizione psicologica, che aggrava tutto il resto, Christoph Hein scrive alcune pagine straordinarie su Stolzenburg che una mattina si guarda allo specchio e tira una sorta di bilancio immaginandosi quello che lo aspetta nell'imminente futuro e il progressivo deterioramento della sua esistenza (e della sua sessualità).
Un romanzo certamente non allegro. La realtà che Christoph Hein descrive, usando Stolzenburg come catalizzatore individuale che concentra su di sé le caratteristiche di un tipo sociale ben più diffuso, è piuttosto cupa, ma l'aspetto interessante è che nelle pagine di Weiskerns Nachlass manca del tutto il compiacimento del peggio che caratterizza invece certi pessimisti. In questi casi, infatti, subentra quasi un piacere perverso che le compensa e, a suo modo, dà una forma strana di soddisfazione. Christoph Hein resta invece sempre molto cristallino e lucido nella sua scrittura. Gli eventi sono narrati senza essere offuscati da un giudizio: è sufficiente presentarli così come sono, così come capitano al protagonista, perché siano eloquenti. Non c'è via di scampo, se non - forse - ritirandosi nell'ambito privato. Il romanzo si chiude infatti con Stolzenburg che, davanti allo sfacelo della sua vita e a un mondo che non gli dà né soluzioni né consolazioni, si ricorda di dover telefonare all'amico Fritz per ricordargli che alla prossima partita di biliardo con il suo gruppo fisso di amici ci sarà. Perché almeno lì, nel biliardo e in questa cerchia di amici, lui è importante: nel corso degli anni e in mezzo a tanti rovesci quella è l'unica cosa che dà continuità e consistenza alla sua vita. E così, malgrado tutto, il romanzo non si chiude su una nota di disperazione.
