Manifesto per l'eguaglianza dei diritti

Le infamie di ieri

Cadavrexquis on Flickr


  • www.flickr.com
    Cadavrexquis' photos More of Cadavrexquis' photos

Supporting

18/05/2008

Sale sulle ferite: due piccoli episodi

Due eventi mi hanno leggermente scombussolato nelle ultime settimane. Il primo riguarda il mio lavoro. Per un paio di mesi abbiamo avuto, nel nostro ufficio, un giovane interinale che si è rivelato gay. Non l'ho selezionato io, premetto subito a scanso di equivoci. Tra di noi si erano creati affiatamento e simpatia reciproca: lui era molto estroverso e intelligente e così abbiamo finito per confidarci piccole sciocchezze, chiacchierare nei tempi morti, scambiarci opinioni e pettegolezzi. Sin dall'inizio, del resto, ho intuito che lui era diverso dalla media dei miei colleghi uomini, ormai così tipici da aver ridotto quest'ufficio a una sorta di "bar sport". Da ieri non è più con noi e guardando a ritroso questo breve periodo, che è volato, ho capito qualcosa in più su di me. Non che prima io non lo sapessi, ma non l'avevo sottoposto a una verifica così brutale. Ho capito innanzitutto di essere "poroso" e di far fatica a vivere in compartimenti stagni, separando nettamente le varie parti della mia personalità. Quando si è gay - e, di necessità, si fa parte di una minoranza - si impara a lasciar fuori la propria sessualità dai luoghi dove non è desiderata o, quanto meno, dove non è condivisa dalla maggioranza. Una non-condivisione che, spesso, non è fatta di cattive intenzioni o di esplicita malignità, ma che semplicemente si nutre di indifferenza. Per esempio nel luogo di lavoro. E' vero che io sono "dichiarato", ma questo non significa che a tutti i miei colleghi io racconto nei dettagli i fatti miei. Lo farei se ci fosse reciprocità, perché in caso contrario avrei solo la sensazione di fare dei pettegolezzi, non richiesti, su me stesso. Con alcuni colleghi parlo di tutto, e quindi anche della mia omosessualità, mentre con altri vale il principio del "si sa, ma non si dice". A questo si aggiunga il fatto che con altri non ho praticamente alcun tipo di dialogo, se non limitato alle esigenze di lavoro. L'arrivo di E., il giovane collega temporaneo, è stata quindi una boccata di aria fresca. Mi sono sentito come se si fosse allentata una morsa che mi stringeva dentro, anche se ormai a questa "stretta" mi ci ero così abituato da non avvertirla più di tanto. Solo in questo periodo, in cui con lui ho potuto lasciarmi andare del tutto, senza dover controllare troppo quello che dicevo per timore di un giudizio negativo, ho provato quella che immagino sia la sensazione della "maggioranza", cioè di poter parlare di esperienze personali sapendo che queste sono condivise, sono - e uso, per pura pigrizia, un termine che non mi piace - "normali". Adesso che lui non c'è più so che tutto questo mi mancherà. Questa, dopo tutto, è la "condanna" di noi gay: partire sempre un attimo dopo rispetto agli altri, infilare tra sé e la realtà quel momento in più di riflessione - "E' opportuno che io faccia o dica questo? Non è meglio che taccia? Come reagiranno se mi comporto così o cosà?" - che intorpidisce o rallenta la spontaneità. Ho pensato, allora, che sarebbe bello imparare a vivere senza dover rimuginare troppo.

Il secondo evento è stata una mail che ho ricevuto, inattesa, e che mi ha dato da pensare. Mi ha scritto R., dicendomi che ha scoperto il mio blog e che, solo dopo averlo letto per qualche tempo, ha fatto due più due e l'ha associato al mio nome e, quindi, alla mia persona. R. è - come lo chiamo io - il mio mentore, colui che esattamente undici anni fa mi ha introdotto nel "magico" mondo della traduzione editoriale. Non ha fatto nulla di particolare se non passare il mio nome presso la casa editrice per cui lavorava. Ora ha aperto un blog anche lui e me l'ha segnalato per mail: naturalmente scrive benissimo e io ci ritrovo quello humour asciutto che mi sembrava, già allora, una delle sue caratteristiche salienti. Ma non è questo che mi ha dato da pensare. R. non l'ho più rivisto, se non un paio d'anni fa, per caso, all'uscita di un cinema. Ma lo ammiravo perché aveva avuto il coraggio di fare una cosa che io non sono (ancora?) riuscito a fare: licenziarsi e dedicarsi a tempo pieno all'attività di traduttore (e credo che se lo potesse permettere, perché è senz'altro più bravo di me). Ora mi annuncia che si è ri-trasferito a Berlino, dove aveva già abitato anni fa. E io lo ammiro ancora di più, perché ha avuto di nuovo il coraggio di fare quello che io, per pigrizia o per ignavia, non so fare. Lo ammiro, ma allo stesso tempo questa notizia ha riaperto la mia vecchia ferita, tanto più che R. ha disinnescato una delle mie scuse tradizionali per non compiere questo passo: "Ormai sono troppo vecchio". Ebbene, lui ha un paio d'anni più di me. Questi due piccoli eventi - apparentemente di poco conto - hanno sparso sale sulle mie solite ferite, non rimarginate, non rimarginabili.

17/05/2008

L'ultimo sogno

Stamattina ho fatto un sogno così articolato che quasi sembra la sceneggiatura di un film. Tornando a casa, incontro sulle scale un bel ragazzo, completamente creato dal mio inconscio, perché non corrisponde a nessuno che io conosca nella realtà: capelli mossi vagamente ricci, corpo glabro, secco e muscoloso. Dopo avere parlato un po', lo invinto a entrare per mostrargli casa mia. Lui se ne innamora subito e la trova molto accogliente. Diversamente dalla mia casa vera, in questa la cucina è enorme ed è appena stata rifatta: tutto il piano cottura, molto lungo, occupa la parte centrale, dividendo lo spazio in due. In una stanza - non saprei dire se la stessa o un'altra - c'è una sorta di grande divano o futon. Lui ci si butta sopra e io, senza pensarci troppo, mi avvicino e con una certezza del successo che nella vita reale non posseggo gli metto la mano sul pacco, gli tocco il cazzo attraverso gli slip e poi glielo tiro fuori e incomincio a succhiarlo. Sembra che all'improvviso, nel sogno, io mi sia completamente spogliato delle mie insicurezze e dai miei impedimenti, di tutto quello che normalmente mi frena e mi fa pensare che non sto facendo la cosa giusta. Qui agisce un altro me stesso: quello che sa che cosa deve fare e per il quale la distanza tra il sapere e l'agire non è incolmabile. Sono stupito anche ora che lo racconto: non mi capita praticamente mai di fare sogni a contenuto così esplicitamente erotico. Lui ha un'aria sorniona, sembra compiaciuto per quello che gli sto facendo - sto facendo la cosa giusta, evidentemente, la cosa che si aspettava da me. A questo punto è il suo turno, ma quando lui si prende in bocca il mio cazzo, fa una faccia quasi disgustata, senza però dire niente. Io mi sento a disagio, anche se, col senno di poi, posso dire che in realtà io non so con sicurezza se la sua espressione di fastidio fosse dovuta al sapore del mio cazzo o a un qualsiasi altro pensiero che in quel momento gli passa per la testa e che lo disturba. L'approccio sessuale, tuttavia, non prosegue, perché in questo momento appare altra gente. Il primo è un tipo che lui conosce, più vecchio di lui, che ci interrompe continuando a parlare. Io non riesco più a concentrarmi e smetto di succhiarglielo. Arrivano anche altre persone, tra cui: una ragazza tutta assonnata, in compagnia di un ragazzo, e probabilmente entrambi hanno dormito lì, in casa mia, senza che lo sapessi. In cucina - me ne accorgo ora - c'è una grande confusione: devono averci fatto una festa e ci sono ancora molti piatti da lavari. Io mi metto all'opera e loro si ostinano a volermi aiutare. Ci sono avanzi di cibo in molte casseruole, ciotole e insalatiere. Riconosco un'insalata di pasta (pennette) con formaggio e rucola. Bisogna eliminare gli avanzi prima di lavare le stoviglie. Io li prendo con la mano e li getto nella spazzatura, mentre gli altri preferiscono raccoglierli in un unico contenitore e metterli via per un'altra volta. Mentre sto compiendo questa operazione, mi passa davanti una ragazza bionda, piuttosto formosa, che indossa solo un grembiule che le copre il seno - pur lasciandolo intravedere - e le lascia scoperto metà culo. Quando si china le vedo, da dietro, un grosso cazzo e capisco che è una trans. Questo spettacolo mi eccita e, per un attimo, mentre sto lavando un contenitore per microonde, me la immagino con il culo all'aria, pronta per essere penetrata da me. Qualcuno mi dice che è stata assunta e pagata appositamente per fare le pulizie in maniera "più originale" del solito. Man mano che arriva gente, intravedo anche M. che, timidamente e quasi scusandosi, mi dice che se tutta quella gente è lì è per colpa sua, perché lui era venuto in casa mia portandosi un tipo da scopare - che, intuisco, è l'uomo più vecchio che ha interrotto la mia fellatio - e insieme con lui si erano poi aggregati anche tutti gli altri a far festa. Nel frattempo, però, io sono agitato non tanto per il trambusto e la confusione in casa - che, a dire il vero, sono più immaginari che reali, perché tutti i miei involontari ospiti sono più disciplinati di quanto ci si immaginerebbe - ma perché penso che tutto quell'andirivieni potrebbe svegliare... i miei genitori. Il sogno finisce più o meno qui - e probabilmente sto trascurando tutta una serie di dettagli, molto vividi, ma che ho dimenticato quasi subito o che non sono riuscito a "tradurre" in parole.

Nella complessità di questo sogno alcune cose sono chiare. Come in tutti gli altri miei sogni, la casa è il simbolo concreto dell'io, è lo spazio concluso della mia personalità, il rifugio in cui cerco protezione allontanandomi dal mondo. E' evidente che tutta quella gente che ci entra e la "usa" facendovi confusione è rappresentativa dello stato di confusione che c'è in me. Allo stesso tempo, però, nel sogno la situazione è più sfaccettata: solo all'apparenza questi estranei stanno mettendo a soqquadro la mia casa (cioè il mio "sé"), mentre in realtà mi aiutano anche a rimettere in ordine - e addirittura salvano quello che io sarei tentato di buttare, cioè la pasta (il nutrimento) avanzato, come se sapessero meglio di me quello che mi serve, come se sapessero che un certo grado di caos e di confusione è un elemento vitale. Allora sono tentato di pensare che tutti questi individui che "invadono" la mia casa sono le pulsioni che io tengo a bada, forse persino quelle più gioiose (fanno festa e non sono affatto antipatici), perché mi fanno paura - mi fa paura il "lasciarmi andare" - e scatenano la mia "sindrome del controllo", quel super-io che aleggia in lontananza, rappresentato dal timore che si sveglino i miei genitori. Mi domando che cosa significhi la fugace apparizione di M.: è un agente di "liberazione", colui - cioè quella parte di me - che permette ai miei istinti più vitali di agire, per una volta, indisturbati? In ogni caso, se da un lato il sogno appare inquietante, dall'altro mi mostra che il "pericolo" è molto meno forte di quanto sembri e che, al contrario, è soprattutto il mio sguardo preoccupato che dà alla realtà una piega negativa che non avrebbe se potesse seguire il suo corso "naturale".

15/05/2008

Un giorno alle terme (benché a Milano)

Ieri era sabato. Sì, lo so, era mercoledì, ma ho preferito far finta che fosse sabato, visto che era il mio giorno libero. O forse ho avuto la sensazione che si ha, normalmente, quando non si ha nulla da fare e si decide di spassarsela senza pensare ad altro. O almeno ci si prova. Intanto ho imparato che non mi viene così facile strapparmi alla morsa che mi sono imposto da solo e che mi fa sentire in ansia se "non faccio niente". In ogni caso, ieri J. e io siamo andati a visitare le Terme di Milano. Me ne aveva parlato E., un paio di settimane fa, dopo esserci stato, e se ne era detto entusiasta. Premetto subito che queste sono terme "vere" e, a costo di deludere qualche lettore in speranzosa attesa di audaci rivelazioni, non sono un pretesto da cruising gay. Ma, soprattutto, sono enormi e questo soddisfa il mio bisogno di gigantismo. L'edificio, in stile Liberty, si trova in piazza Medaglie d'Oro ed era dell'ATM, l'azienda dei trasporti pubblici milanesi. Come spiega il foglietto illustrativo, lì una volta c'erano una sala da ballo, un centro ricreativo per i dipendenti e cose di questo genere, ma a poco a poco l'edificio stava andando in malora. Ora è stato ristrutturato e sono state aperte, appunto, queste Terme.

All'ingresso una gentile signorina, dopo aver recitato a memoria - male - una litania con quello che ci aspetta dentro cotanto luogo, ci consegna accappatoio, telone, ciabatte e flaconcini di shampoo e crema per il corpo e ci augura buona permanenza. Ci addentriamo negli spogliatoi con armadietti dall'apertura tecnologica e ci prepariamo all'esplorazione. E' dalle ex-cantine che partiamo perché lì è il cuore pulsante, per così dire, delle terme. Vasche di tutti i tipi per l'idromassaggio, con cascate e cascatelle; percorsi di acqua fredda e acqua calda per riattivare la circolazione periferica; una vasca per la "cromoterapia"; due saune a diverse temperature; un bagno di vapore e una vasca per i fanghi (soltanto estetici e non curativi, come ha specificato nel tardo pomeriggio la "maestra del benessere" mentre noi ci spalmavamo addosso quell'intruglio appiccicoso). In quegli antri fortunatamente non muschiosi - il livello di igiene è, ovunque, straordinario - abbiamo trascorso svariate ore, in due riprese, tanto più piacevoli per la quasi totale assenza di avventori (il che serviva a ricordarmi in continuazione che era mercoledì - accidenti - e non sabato, come sarei sempre stato tentato di pensare). A me piacciono i luoghi chiusi in cui si ha la sensazione di essere totalmente fuori dal mondo, come se all'improvviso il tempo fosse sospeso e da un luogo ben preciso fossimo passati in nessun luogo oppure ovunque.

Al piano terreno, invece, ci sono quattro "sale relax" dedicate ai quattro elementi tradizionali: Terra, Aria, Acqua e Fuoco. Certamente è tutto quanto piuttosto artificiale e artificioso, ma tutto sommato chi se ne importa. Le abbiamo "provate" tutt'e quattro e, all'unanimità, abbiamo eletto la "sala Acqua" come la nostra favorita, soprattutto per via dei lettini con i materassi ad acqua (riscaldata) che accolgono - in modo quasi uterino - l'ospite. E persino io, che sono restio a dormire in un luogo che non sia il mio letto (o un letto tout court), mi sono appisolato nella penombra, cullato dalla colonna sonora dello sciabordio delle onde e dalle proiezioni marine sul soffitto. In fondo al corridoio principale dello stesso piano si accede a quello che doveva essere il salone principale e in cui ora è allestito un buffet con frutta, biscotti, succhi, tè, tisane e - soprattutto - yogurt di varia consistenza e temperatura: più liquido, meno liquido, semigelato, intero o scremato, con o senza vaniglia. Confesso di non avere mai mangiato tanto yogurt come ieri. Inoltre, siccome la giornata era bella e il sole splendeva alto nel cielo, era aperto anche il giardino, con tre vasche: due per l'idromassaggio e una terza con "musica subacquea". Qui, però, è praticamente impossibile ignorare di essere a Milano: basta alzare lo sguardo per ritrovarsi di fronte un brutto palazzaccio a più piani. Meglio ritornare, quindi, dentro per farsi un altro giro di acque.

Tra una cosa e l'altra siamo rimasti alle Terme di Milano per sei ore e ne siamo usciti verso le sette di sera. Io ero quasi barcollante da quanto mi ero rilassato, completamente disabituato a "buttare" via una giornata senza fare nulla - nulla di produttivo, intendo - e dedicandomi solo a me stesso: da questo punto, c'è ancora molto da fare, molto da lavorare. Ho talmente interiorizzato l'ethos di questa città - se così si può definire la nevrosi che la caratterizza e che fa assomigliare gran parte dei suoi abitanti a dei cani aizzati, a caccia di una preda sempre più irraggiungibile, forse inesistente - da non rendermene più conto se non quando lo sospendo volontariamente, come è avvenuto ieri. Stanotte, però, ho dormito benissimo.

14/05/2008

Tentativo sulla felicità

Essere felici - ma no, mi sono lasciato prendere la mano: tentare di essere felici - significa percorrere un moto contrario al degradarsi non tanto delle cose - che esistono pacifiche al di fuori della nostra volontà e, quindi, della nostra partecipazione -, ma soprattutto di quel soggetto che dovrebbe sperimentare in prima persona, su di sé, la felicità. In corpore vili non è solo un modo di dire, in questo caso, bensì la triste e brutale verità: vogliamo essere felici anche con un corpo che, a poco a poco, inesorabilmente si sfascia. Se la materia procede baldanzosa lungo la strada del proprio decadimento - ché questa è la viltà del corpo -, ogni tentativo di felicità è il prodotto di chi si ostina a contrapporsi ad esso e a nuotare contro la corrente della disgregazione, come i proverbiali salmoni che risalgono il fiume quando altrimenti la corrente li tirerebbe giù, verso la loro fine. Tutto questo ha qualcosa di epico e di tragico insieme. Parlare o cercare di definire questo moto è vagamente (o sinistramente) inane: il concetto stesso di felicità, come tutti i concetti dei grandi sentimenti positivi - indefiniti, grandiosi, omnicomprensivi -, si volatilizza se le parole vogliono vivisezionarlo con il loro bisturi. O forse non è così difficile essere felici: la felicità è sufficientemente vaga da concedersi a chi crede di possederla - senza volerla descrivere e, quindi, possedere davvero, come una scatola vuota che ognuno riempie di quel che preferisce - e il gioco è fatto. La vera impresa è essere sereni.

13/05/2008

"Tre madri": Almodovar va a Tel Aviv

Three_mothersIn questi giorni, allo Spazio Oberdan di Milano, è in corso una rassegna cinematografica dedicata a Israele: è una delle tante meritorie iniziative per celebrare il sessantennale della fondazione dello stato ebraico. Purtroppo, per i miei soliti impegni lavorativi, sono riuscito miracolosamente a ritagliarmi la sola serata di ieri. Non posso dire di aver "scelto" un film, ma è stato il caso, in un certo senso, ad avere scelto per me. Ieri sera, dunque, proiettavano Tre madri (Shalosh Ima'ot) di Dina Zvi-Riklis, una pellicola del 2006, mai uscita in Italia. Arrivati appena in tempo - per il rotto della cuffia - io e J. ci siamo accomodati su uno scalino della sala gremitissima e ci siamo goduti le quasi due ore di un appassionante melodrammone. Tre madri racconta la storia di tre sorelle gemelle, nate da una famiglia di ebrei benestanti di Alessandria d'Egitto, e in seguito al rovesciamento del regime di Farouk e alla morte della madre emigrate in Israele, a Tel Aviv. Le tre sorelle - a cui la madre ha voluto dare i floreali nomi di Rose, Yasmin e Flora - sono legatissime tra di loro e, malgrado la diversità dei loro caratteri, formano una specie di unica entità, tanto forte da permettere solo a fatica l'inserimento di elementi "estranei".

La vicenda è narrata su due piani temporali: nel presente, le tre donne hanno ormai abbondantemente superato la sessantina e una di loro - Yasmin - ha una grave disfunzione renale che, in mancanza di un trapianto d'organo, potrebbe condurla alla morte. Sono rimaste sole, abbandonate dai mariti - gli elementi troppo "estranei" per essere integrati nel loro terzetto coeso -, ed è soltanto Rose - la più esuberante delle tre, anche per via della sua professione di cantante di successo - che ha ancora vicino a sé la figlia Rucha. Quest'ultima lavora in quella che noi chiameremmo "agenzia di onoranze funebri", dove però, oltre ai funerali e alla gestione dei testamenti, vengono girati anche video in cui i morituri lasciano gli ultimi messaggi ai loro cari. Ed è da lei che, una dopo l'altra, si presentano le tre sorelle per raccontare la loro storia. E questo è il secondo piano temporale: il passato, intervallato con frequenti ritorni al presente, è ricostruito attraverso una serie di flashback in cui Rose, Yasmin e Flora si passano il testimone nel racconto, ripercorrendo quarant'anni della loro esistenza.

Quello che raccontano è, a tratti, incredibile. In parecchi momenti Tre madri sembra un film almodovariano senza Almodovar, in cui tutto è tanto più vero quanto più è esagerato, anche quando la trama richiede più di una sospensione del dubbio. Almodovariano, naturalmente, anche per la centralità del "femminile" nel dipanarsi della trama. E', il mondo di questo film, un mondo in cui davvero le donne sono "regine" - e così loro stesse si definiscono, perché quando le tre gemelle sono nate Re Farouk ha voluto benedire un evento tanto raro. E il carattere di rarità caratterizza tutta la loro esistenza: Flora, Rose e Yasmin si sposano nello stesso giorno e fanno un'unica festa di nozze, in cui si ha la sensazione di assistere a una grande festa paesana come se ne vedono - o se ne vedevano - anche nell'Italia centro-meridionale. Uno dei mariti - quello di Flora - resterà paralizzato cadendo da un'impalcatura e Flora, non potendo avere figli, si farà dare uno dei due gemelli che Yasmin porta in grembo. Quando però le autorità vengono a sapere che l'adozione è illegale e non è stata registrata, le toglieranno il figlio e lo manderanno in un kibbutz. Il marito di Rose morirà per una grave crisi d'asma, proprio quando la coppia sta preparando i bagagli per emigrare a Miami e, in mezzo alla confusione e al trambusto, non si troverà più l'inalatore - in realtà abilmente occultato da Flora: una morte molto somigliante a un provvidenziale omicidio che impedisce la disgregazione della salda unità sororale. Come si vede, dunque, c'è di che far gioire gli amanti delle soap operas, degli intrighi, delle perfidie famigliari.

Siccome il film non è uscito e non uscirà mai in Italia, mi permetto di rivelarne il finale, adeguatamente tragico e melodrammatico. Grazie a un'improvvisa resipiscenza dell'ex marito di Yasmin, le tre sorelle riescono a recuperare i cinquantamila dollari per un "viaggio della speranza" in Egitto, dove Yasmin potrà sottoporsi a un trapianto di rene. Il cerchio si chiude con questo ritorno alle origini: nelle ultime scene le tre donne vengono scarrozzate, con gli occhi lucidi, in taxi per le strade di una caotica Alessandria. Purtroppo - o per fortuna - manca l'happy ending. Nel letto dell'ospedale in cui è ricoverata, Yasmin muore e, prima di morire, vede la madre che, ancora giovane e bella, si avvicina e la bacia sulla fronte, quasi chiamandola a sé (è facile pensare che sia un'allucinazione prodotta dalla morfina che le sta sgocciolando nelle vene). Se la funzione del melodramma è anche quella di tendere un'imboscata a chi lo guarda, mettendone fuori uso il puntiglio critico e le riserve da intellettuale cacadubbi, allora Tre madri centra in pieno il suo obiettivo: diverte, emoziona, commuove. E quando scorrono i titoli di coda lo spettatore - anche quello più smaliziato - si sorprende a tirar su con il naso per ricacciare indietro una lacrimuccia.

11/05/2008

L'America provinciale di Sherwood Anderson

Winesburg è la cittadina immaginaria dell'Ohio in cui Sherwood Anderson ambienta i racconti della sua raccolta più importante e famosa, Winesburg, Ohio, pubblicata per la prima volta nel 1919. Parlare di "raccolta di racconti", però, non è del tutto esatto, perché se i singoli racconti possono essere letti autonomamente, nel loro insieme formano un romanzo sui generis in cui certi personaggi tornano, in maniera ricorrente, da un racconto all'altro. A Winesburg non succede nulla di particolare: l'unica cosa che "accade" è la vita delle persone normali che la abitano e non è una vita granché esaltante. Con poche semplici pennellate Anderson ne fa un ritratto penetrante. Pur nella loro diversità, sembrano tutti personaggi che non sono riusciti a combinare molto nella vita o che, se hanno fatto qualcosa, alla fine non si è rivelato ciò che speravano. Uno dei protagonisti centrali è il giovane George Willard, che fa il suo apprendistato da giornalista nell'unico gazzettino di Winesburg. Intorno a lui sembrano confluire, prima o poi, tutte le storie degli altri abitanti della città. Ognuno di loro manifesta uno spiccato desiderio di "individualizzarsi", ognuno di loro si sente tarpare le ali da una società chiusa - e in trasformazione, perché Anderson dipinge il ritratto di una cittadina di provincia nel momento in cui l'industrializzazione la sta portando verso la modernità -, ma allo stesso tempo nessuno riesce davvero a staccarsi dalle vecchie forme di vita a cui è abituato. Ciò che li frena è anche ciò di cui sentono nostalgia: il senso di appartenenza alla comunità li soffoca e li rassicura allo stesso tempo. Vorrebbero poter dire "io" e abbandonare le forme convenzionali in cui si sentono invischiati, ma allo stesso tempo questo anelito di libertà incute loro timore. La ribellione, quando c'è, finisce per essere inefficace e per far sprofondare i ribelli nell'ineludibilità della loro esistenza. E' il caso, per esempio, di Elmer Cowley che nel racconto "Queer" decide, a un certo punto, di non essere più "strano" e diverso da tutti. Il premio di questo cambiamento dovrebbe essere una sorta di mitica fusione con il resto della comunità, che però non ha luogo se non nella sua immaginazione e nelle sue parole: "Non sarebbe più stato diverso e si sarebbe fatto degli amici. La vita avrebbe cominciato ad avere calore e significato anche per lui come ne aveva per gli altri". E' il caso di Wing Biddlebaum, a cui è dedicato il racconto "Hands" (Mani) e che vive da solitario a Winesburg, intimorito dalle proprie mani da quando, tempo prima, era stato scacciato da un altro paese dove faceva l'insegnante perché con quelle mani era uso accarezzare i bambini a lui affidati: uno scandalo di "pedofilia" prima che questa diventasse l'isteria del giorno, insomma. E' il caso del reverendo Curtis Hartman, che scopre la "forza di Dio" solo quando vede una donna nuda nel letto della casa di fronte. All'interno di questo romanzo-racconto, poi, c'è anche una "storia in quattro parti", intitolata "Godliness" (Divinità), che è il resoconto efficace di come, nell'America profonda di fine ottocento e inizio novecento, il fanatismo religioso e la mentalità imprenditoriale si fondono, nella figura di Jesse Bentley. Di queste personalità è costellato il libro di Sherwood Anderson: sono, in un certo senso, "grotteschi" - come viene detto nel primo racconto, che serve da introduzione -, perché sono "le verità che rendevano la gente grottesca. [...] Nel momento in cui una delle persone si prendeva una delle verità, la definiva la sua verità e cercava di vivere la propria vita in accordo con essa, diventava un grottesco e la verità che aveva abbracciato una menzogna". In ogni caso, ognuna di queste vicende è soffusa di malinconia e di senso di smarrimento, ben riassunti in uno degli ultimi racconti - "Sophistication" -, in cui Anderson scrive: "Si trema al pensiero della mancanza di significato della vita, mentre allo stesso istante, e se la gente della città è la propria gente, si ama la vita con tanta intensità che ti vengono le lacrime agli occhi". La stessa cittadina di Winesburg è un grande personaggio collettivo.

Confesso che fino all'anno scorso di Sherwood Anderson io non sapevo nemmeno il nome. Solo adesso, facendo qualche ricerca su Wikipedia, scopro che Anderson è stato tra gli ispiratori di altri scrittori - più importanti e famosi di lui - come Steinbeck o Faulkner. C'è chi si chiederà, quindi, come io sia venuto a conoscenza di questo autore, praticamente dimenticato in Italia. Come spesso capita, è stato per merito di un altro scrittore. L'anno scorso, stavo leggendo Una storia di amore e di tenebra, il romanzo autobiografico di Amos Oz. Verso la fine, quando Oz, che allora viveva nel kibbutz Hulda, racconta dei suoi esordi come scrittore e spiega che si sentiva limitato, perché limitato era l'ambito geografico in cui si muoveva: per scrivere come i grandi scrittori, quelli veri, bisognava andarsene, conoscere "il grande mondo" in cui avvenivano le cose: Londra, Parigi, New York, Montecarlo, le savane dell'Africa o i boschi della Scandinavia. Se è uscito da questo "circolo vizioso", Amos Oz lo deve proprio a Sherwood Anderson e al suo Winesburg, Ohio, tradotto per la prima volta in ebraico nel 1959. Ed è quindi in questa occasione che anch'io l'ho sentito nominare per la prima volta, provando un'immediata curiosità nei suoi confronti. Scrive Oz: "Le cose ambientate a Winesburg, Ohio sono tutte banali e normali, ricavate da materie di pettegolezzi o di piccoli sogni irrealizzabili". Ma sono soprattutto i personaggi a colpire il grande romanziere israeliano: "personaggi simili, tipi di cui sino a quella notte non avrei mai detto che per loro ci fosse posto nella letteratura altro che, forse, come figure di sfondo, capaci di suscitare nel lettore al massimo mezzo minuto di ironia o di pietà. E invece qui in Winesburg, Ohio stavano al centro di ogni storia faccende e persone che, per parte mia, erano ben al di sotto dei requisiti letterari che immaginavo necessari - sotto la soglia minima richiesta". L'insegnamento, per Amos Oz, è di quelli che non si dimenticano più: "mi indusse a raccontare quello che mi stava intorno. Per merito suo compresi improvvisamente che il mondo scritto non dipende da Milano o Londra, e invece gira sempre intorno alla mano che scrive, nel luogo in cui scrive: dove sei tu - quello è il centro dell'universo". Leggere queste parole in un libro che mi ha letteralmente entusiasmato, scritte da un autore che ho ammirato e ammiro, ha immediatamente acceso la mia curiosità per Sherwood Anderson. Una curiosità ben riposta, posso dire ora dopo aver letto Winesburg, Ohio; un consiglio - quello di Amos Oz - da seguire: è bene fidarsi dei gusti e delle opinioni degli autori che si stimano.

10/05/2008

Frammenti di sogno

Da tre settimane praticamente non sogno. O, per meglio dire, dei sogni che ho fatto sopravvivono solo dei frammenti d'immagine. Ne ricordo, in particolare, due, entrambi inquietanti. Nel primo protagonisti sono ancora i denti, che in passato mi erano caduti tutti. Questa volta mi accorgo che sono tagliati in vari punti, con un taglio netto. E' come se la parte smaltata fosse un guscio - o un coperchio - che, reciso, lasciasse intravedere all'interno un'anima di un altro colore. Per dare un'idea, è come quando si taglia la buccia di un seme tostato di girasole e dentro si vede il vero e proprio semino verde. La cosa, nel sogno, mi sorprende (anche perché i "denti interni" hanno colori strani, sono spesso variopinti), ma mi tranquillizza il fatto che i denti non stanno cadendo. Nel secondo, invece, ho comprato una nuova libreria che devo montare da solo. Pensavo fosse molto grande e, invece, mentre la sto montando scopro che è stretta e mi arriva poco sopra il ginocchio. Solo in un secondo momento vedo che è composta di più elementi sovrapposti - stratificati, direi -, che devo staccare e collegare tra loro, come i binari di una ferrovia giocattolo per bambini. Mi metto di buona lena a farlo e vedo che la libreria è effettivamente molto grande, ma ha anche la struttura dei binari, tanto che mi chiedo se, una volta terminata, sarà in grado di reggere tutti i libri che dovrà ospitare. Interessante è il dettaglio chequesta libreria sarà allestita in una casa dove sono presenti anche i miei genitori - e da qui deduco o che è casa loro o che io vivo ancora con loro. Nei miei sogni, dunque, vengo costantemente risucchiato dalle mie origini.

08/05/2008

Perché l'Occidente non va a sinistra?

Nel suo saggio Il Mostro Mite, Raffaele Simone, docente di linguistica all'Università di Roma Tre, parte da una constatazione oggettiva: ovunque in Occidente - non soltanto in Italia, cioè - la sinistra è in arretramento: spesso perde le elezioni e, anche quando non le perde, i suoi princìpi sono sotto attacco, tanto che nei paesi in cui governa si è dovuta "adattare" e li ha annacquati. Perché questo è accaduto? Simone tenta di dare una risposta, sia in termini "negativi" - facendo un'analisi di ciò che non ha funzionato nella sinistra stessa -, sia in termini "positivi" - descrivendo quello che si è sostituito alla sinistra, mostrandosi così potente da prenderne agevolmente il posto.

Se è vero che alcuni obiettivi storici della sinistra si sono realizzati, è altrettanto vero che nessuno si è radicato nei paradigmi politici e, soprattutto, nella mentalità collettiva dei paesi occidentali. L'idea di welfare, l'istruzione obbligatoria, la salvaguardia del lavoro e dei lavoratori, la difesa dei diritti civili sono princìpi di sinistra che - malgrado tutte le critiche - si sono imposti, ma altri obiettivi, come "libertà, uguaglianza, comunità, fratellanza, giustizia sociale, società senza classi, cooperazione, progresso, pace, prosperità, abbondanza, felicità", sono lungi dall'essersi realizzati e - commenta Simone - "sembrano perfino toccanti nella loro smodata ambizione o nel loro candore". Oltre a questo, c'è il problema della catastrofe provocata dalla versione comunista con cui la sinistra viene spesso - anche a sproposito - identificata. Da questo punto di vista, i suoi avversari hanno buon gioco a ridurre ogni "sinistra" alla sua incarnazione comunista, usando questo termine per denigrarla e svalutarla. A questo si aggiunge l' "inarrivabile pochezza intellettuale e ideativa dei gruppi dirigenti" della sinistra, che si caratterizza appunto per la sua incapacità di analizzare la realtà e di fornire soluzioni di ampio respiro. Numerosi, infatti, sono i fenomeni e i nodi epocali che la sinistra non ha saputo nemmeno prevedere: "l'integrazione europea [...], l'unificazione della Germania e la caduta dei comunismi centro-orientali, l'esplosione del fattore etnico della politica, il dilagare dell'immigrazione clandestina di massa in tutta Europa, il fondamentalismo, l'islamismo radicale e il connesso terrorismo, la catastrofe ecologica e demografica, la rivoluzione digitale, la globalizzazione, la posizione dell'Europa nel mondo, il risveglio della Cina e dell'India, le mode culturali dei giovani e la trasformazione dei loro valori politici, la violenza urbana e i nuovi processi sociali, la crisi della scuola e dell'educazione". Tutto ciò ha provocato una crisi culturale della sinistra che sovente è diventata un contenitore in cui non si sa che cosa mettere. Il caso dell'Italia, infatti, è paradigmatico: Simone ricorda l'evoluzione del PCI e sottolinea come a ogni passaggio "il patrimonio della sinistra ha perso un grado alcolico", come se il motto di ogni operazione di fusione - compresa l'ultima, quella del PD - fosse "scolorirsi prima di fondersi". Sintomatico di questo modo di procedere è il cosiddetto "buonismo", definito da Simone come un atteggiamento di "mansueta accettazione di tutto ciò che accade, di paziente resa alle cose come vengono, soprattutto per quanto riguarda i processi sociali", pericoloso perché "dietro il suo aspetto sorridente e speranzoso il buonismo nasconde un atteggiamento passivo, inerte e un po' ottuso, non privo di fattori di tipo penitenziale e di auto-flagellazione", dettato dalla paura di apparire "troppo di sinistra".

Tutto ciò, però, non basterebbe a spiegare il declino della sinistra, se non ci fosse l'altra faccia della medaglia - la faccia, per così dire, vincente -, rappresentata dal trionfo della destra nella sua fase moderna, globalizzata e mediatica. E' quella che Raffaele Simone definisce "Neodestra". Diversamente dalle destre tradizionali - soprattutto quelle autoritarie o fasciste - la Neodestra si è imposta con metodi non cruenti, anche se talvolta sono devastanti, ed è perfettamente adeguata ai tempi. Innanzitutto è seducente e sa rendersi desiderabile, poi è "embedded" - incastonata - nella globalizzazione e nei poteri planetari, è tecnologica e arcicapitalistica - cioè più finanziaria che industriale, perché se fosse industriale richiederebbe la cooperazione degli operai, che sono potenzialmente pericolosi -, non si lega a un singolo partito, perché rischierebbe di essere sconfitta una volta che fosse sconfitto quel partito, ma si impone soprattutto come una "mentalità diffusa e impalpabile" che si assorbe semplicemente seguendo i media (la televisione in primo luogo). E' ultraconservatrice, tranne che per quanto riguarda l' "innovazione dei proditti" e l' "espansione dei consumi", che devono svilupparsi senza fine: "Il mercato e il consumo sono per essa la vera mission della modernità". L'arcicapitalismo, infatti, non sfrutta soltanto i propri lavoratori, ma cattura la sua clientela e trasforma i cittadini in "clienti condannati allo stato di puerizia". La superficie, dunque, è scintillante, ma sotto di sé ha un nucleo duro che sa imporsi: grazie alla prima impone un atteggiamento di divertimento continuo, ben espresso attraverso la forma principe dell'entertainment. Se la Neodestra è vincente è anche perché non limita i suoi affari a un singolo paese, ma si estende a tutto il globo ed esprime un sistema politico-finanziario sottratto a ogni controllo politico e sindacale.

Secondo Simone, dunque, la sinistra ha perso nei confronti di questa seducente Neodestra proprio perché quest'ultima esprime lo "Zeitgeist" - lo spirito dei tempi - e "appare moderna, affabile e trendy". La sinistra, invece, con i suoi ideali spesso faticosi, che richiedono l'intervento attivo della politica e uno sforzo in più di mediazione, ha un'aria polverosa e uggiosa. Per citare le parole di Simone: "In un'epoca dissipativa, consumista e liberista all'estremo come la nostra, [gli ideali della sinistra] hanno un aspetto intrinsecamente restrittivo, dimesso e deprimente". Anche chi in teoria dovrebbe essere il naturale destinatario degli ideali di sinistra ha perfettamente metabolizzato gli incanti della Neodestra: "il nuovo atteggiamento dei 'sottoproletari' verso l'istruzione e la cultura: agli albori della modernità globalizzata, quel che a loro importa è entrare non nel circuito dell'istruzione ma in quello del consumo. Insomma, vogliono cominciare a consumare come i benestanti, come la classe agiata. Vogliono entrare nello Zeitgeist. Quella [...] è la premessa del riscatto". Più facile, dunque, che rivendichino la Playstation che non, per esempio, la difesa della scuola pubblica o del sistema sanitario nazionale.

Per meglio definire questo fenomeno della Neodestra, Raffaele Simone usa il termine di "Mostro Mite", che dà il titolo al suo saggio e rappresenta il "paradigma di cultura delle masse della Neodestra", le cui caratteristiche vengono descritte nella parte conclusiva del saggio. C'è l'ossessione per il tempo libero, che deve essere sempre occupato, possibilmente con il "fun", il divertimento a tutti i costi; c'è l'indebolimento della capacità di separare la realtà della finzione ("il Mostro Mite, inducendo la perdita della distinzione tra cose vere e cose finte, ha sparso sul mondo moderno, a mo' di polveri sottili, una condizione di lieve psicosi"). Questa distinzione, sostiene Simone, s'affievolisce fino a sparire e "il falso deborda nel vero, lo avviluppa e divora fino a installarsi al suo posto con piena autorità ontologica". Ma soprattutto c'è il predominio della dimensione del "vedere" - ai cui presupposti l'autore dedica pagine molto interessanti -, che nell'epoca moderna significa soprattutto vedere "spettacoli", cioè cose montate ad arte per creare certi effetti. Il reale viene a sua volta spettacolarizzato e al tentativo della comprensione, che richiede impegno e sforzo, si sostituisce l'atto del guardare, per il quale basta un impegno interpretativo pressoché uguale a zero. "Il reale 'duro' diventa, agli occhi di chi è abituato alla tecno-visione, impalpabile e fasullo al pari della sua raffigurazione". Infine, tra i paradigmi dell'epoca contemporanea, Simone annovera lo svanire di sentimenti come la vergogna - una passione ormai "inutile" in un mondo in cui il vedere e il farsi-vedere hanno valore preminente - e la compassione, ovvero la solidarietà, che il "Mostro Mite" ha rimpiazzato con un imperturbabile egoismo, di cui nelle pagine successive vengono declinate le manifestazioni più evidenti.

Nel capitolo conclusivo Raffaele Simone si pone una domanda curiosa: "Il mondo è di destra?" - intendendo, con questo, se gli istinti dell'uomo non lo portino "naturalmente" a destra. Per rispondere, espone in cinque punti i tratti che caratterizzano la destra: postulato di superiorità, postulato di proprietà, postulato di libertà, postulato di non-intrusione dell'altro, postulato di superiorità del privato sul pubblico. Presi nel loro insieme, disegnano una "società aggressiva, egoistica e pericolosa". Attorno a questi postulati - più o meno mitigati - si articolano le varie versioni della destra, che corrisponderebbero a una sorta di tendenza naturale o nativa - cioè precedente a ogni elaborazione - così come si manifesta, per esempio, nei bambini. Per giustificare sé stessa, infatti, "la destra riconduce le differenze (cioè le disuguaglianze) tra gli uomini alla natura o alla situazione di fatto (o a Dio). In ogni caso le tratta come inevitabili o inestirpabili, o perfino salutari, perché riflettono una disparità che è nelle cose stesse, non nell'arbitrio della storia. Chi 'sta sopra' [...] deve avvantaggiarsi di chi 'sta sotto', perché le cose stanno così. Per questo le differenze non vanno corrette con provvedimenti di riequilibrio, ma devono esser lasciate come sono e messe semmai a frutto". Le posizioni di sinistra, invece, sono "astratte, laboriose e labili" - scrive Simone - e, quindi, per stare a sinistra, occorre un maggiore sforzo su sé stessi: la sinistra esprimerebbe, dunque, una posizione più culturale che è più difficile e costosa da mantenere, anche perché - per essere conservata - occorre che l'individuo vada contro i suoi interessi immediati. In un'epoca come la nostra, una posizione come questa è destinata a essere perdente o, quanto meno, a essere sempre in bilico, soprattutto quando si pensa alla scarsa caratura intellettuale di chi dovrebbe difenderla, traducendola in proposte politiche e formulando prospettive per il futuro. Stare a sinistra - dice Simone con una certa amarezza - ha una "dimensione intrinsecamente 'penitenziale'"

Per tutto il saggio di Simone serpeggia insomma la sensazione che ormai sia troppo tardi per recuperare il tempo perduto. Per riprendere una similitudine usata dall'autore, la sinistra assomiglia a certi corrispondenti di guerra inesperti che arrivano sul teatro d'operazioni in ritardo, quando ormai le truppe si sono ritirate, il vincitore è stabilito e non c'è più nulla da descrivere. La domanda, quindi, non riguarda più il "che cosa si può fare?", ma il "che cosa è successo perché si arrivasse a questo punto?". Nella sua analisi, Simone sembra il medico che stila un referto dopo aver fatto una diagnosi - e molto spesso, nel suo libro, questa diagnosi assomiglia tristemente a una dichiarazione di morte.

Insight sull' "insight"

La psicologia dell'insight è un continuo rimescolare in un calderone di merda. C'è poco da fare: la merda che è sotto viene portata in superficie e quella che è sopra finisce in fondo. Si ha un bel mescolare: non evapora mai e, anzi, gira che ti rigira l'odore si fa più pungente e insostenibile. Bisogna essere degli illusi per pensare che, a forza di rimestare, la merda diventi mousse au chocolat. Sarebbe meglio lasciare il calderone lì dov'è ed esattamente com'è: male che vada, la merda, immobile, non sarà molesta più di tanto e il tanfo sarà limitato, finché non ci si avvicinerà troppo. E invece no, la psicologia dell'insight ci impone di immergerci lì dentro e di ravanare a piene mani. Perché sapere sarebbe meglio che non sapere, perché è sapendo che si creerebbero i presupposti di un cambiamento. Sì, proprio un bell'affare.

05/05/2008

Giorni di casalinghitudine

Ho cominciato venerdì. La prima cosa da fare era liberare il pavimento dello studiolo dai libri che vi avevo accumulato e riporli negli scaffali, sistemando allo stesso tempo, nel giusto ordine - cioè quello alfabetico -, i libri che avevo già letto. Prima i libri in italiano poi, il giorno dopo, quelli in inglese e i dvd. Poi è venuto il momento di sgombrare la scrivania di tutti i detriti che vi si erano depositati dopo sei mesi di traduzione: munito di un sacco della spazzatura, ne ho approfittato per fare un repulisti generale. Poi ci sono stati tre o quattro carichi di lavatrice, per diminuire la montagna di cose da lavare. Oggi ho passato l'aspirapolvere in tutta la casa e ho lavato i pavimenti: è incredibile la quantità di polvere che si stratifica sui mobili e negli angoli più reconditi se ci si lascia cogliere da un momento di distrazione. Adesso - anche se non ho ancora finito - la casa comincia ad assumere un aspetto più presentabile. Io, non so.

In ogni caso ho capito che la casalinga è l'Avanguardia della Lotta contro l'Entropia. E io non sono un guerrigliero. Soprattutto delle cause perse!