Manifesto per l'eguaglianza dei diritti

Le infamie di ieri

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14/05/2008

Tentativo sulla felicità

Essere felici - ma no, mi sono lasciato prendere la mano: tentare di essere felici - significa percorrere un moto contrario al degradarsi non tanto delle cose - che esistono pacifiche al di fuori della nostra volontà e, quindi, della nostra partecipazione -, ma soprattutto di quel soggetto che dovrebbe sperimentare in prima persona, su di sé, la felicità. In corpore vili non è solo un modo di dire, in questo caso, bensì la triste e brutale verità: vogliamo essere felici anche con un corpo che, a poco a poco, inesorabilmente si sfascia. Se la materia procede baldanzosa lungo la strada del proprio decadimento - ché questa è la viltà del corpo -, ogni tentativo di felicità è il prodotto di chi si ostina a contrapporsi ad esso e a nuotare contro la corrente della disgregazione, come i proverbiali salmoni che risalgono il fiume quando altrimenti la corrente li tirerebbe giù, verso la loro fine. Tutto questo ha qualcosa di epico e di tragico insieme. Parlare o cercare di definire questo moto è vagamente (o sinistramente) inane: il concetto stesso di felicità, come tutti i concetti dei grandi sentimenti positivi - indefiniti, grandiosi, omnicomprensivi -, si volatilizza se le parole vogliono vivisezionarlo con il loro bisturi. O forse non è così difficile essere felici: la felicità è sufficientemente vaga da concedersi a chi crede di possederla - senza volerla descrivere e, quindi, possedere davvero, come una scatola vuota che ognuno riempie di quel che preferisce - e il gioco è fatto. La vera impresa è essere sereni.

13/05/2008

"Tre madri": Almodovar va a Tel Aviv

Three_mothersIn questi giorni, allo Spazio Oberdan di Milano, è in corso una rassegna cinematografica dedicata a Israele: è una delle tante meritorie iniziative per celebrare il sessantennale della fondazione dello stato ebraico. Purtroppo, per i miei soliti impegni lavorativi, sono riuscito miracolosamente a ritagliarmi la sola serata di ieri. Non posso dire di aver "scelto" un film, ma è stato il caso, in un certo senso, ad avere scelto per me. Ieri sera, dunque, proiettavano Tre madri (Shalosh Ima'ot) di Dina Zvi-Riklis, una pellicola del 2006, mai uscita in Italia. Arrivati appena in tempo - per il rotto della cuffia - io e J. ci siamo accomodati su uno scalino della sala gremitissima e ci siamo goduti le quasi due ore di un appassionante melodrammone. Tre madri racconta la storia di tre sorelle gemelle, nate da una famiglia di ebrei benestanti di Alessandria d'Egitto, e in seguito al rovesciamento del regime di Farouk e alla morte della madre emigrate in Israele, a Tel Aviv. Le tre sorelle - a cui la madre ha voluto dare i floreali nomi di Rose, Yasmin e Flora - sono legatissime tra di loro e, malgrado la diversità dei loro caratteri, formano una specie di unica entità, tanto forte da permettere solo a fatica l'inserimento di elementi "estranei".

La vicenda è narrata su due piani temporali: nel presente, le tre donne hanno ormai abbondantemente superato la sessantina e una di loro - Yasmin - ha una grave disfunzione renale che, in mancanza di un trapianto d'organo, potrebbe condurla alla morte. Sono rimaste sole, abbandonate dai mariti - gli elementi troppo "estranei" per essere integrati nel loro terzetto coeso -, ed è soltanto Rose - la più esuberante delle tre, anche per via della sua professione di cantante di successo - che ha ancora vicino a sé la figlia Rucha. Quest'ultima lavora in quella che noi chiameremmo "agenzia di onoranze funebri", dove però, oltre ai funerali e alla gestione dei testamenti, vengono girati anche video in cui i morituri lasciano gli ultimi messaggi ai loro cari. Ed è da lei che, una dopo l'altra, si presentano le tre sorelle per raccontare la loro storia. E questo è il secondo piano temporale: il passato, intervallato con frequenti ritorni al presente, è ricostruito attraverso una serie di flashback in cui Rose, Yasmin e Flora si passano il testimone nel racconto, ripercorrendo quarant'anni della loro esistenza.

Quello che raccontano è, a tratti, incredibile. In parecchi momenti Tre madri sembra un film almodovariano senza Almodovar, in cui tutto è tanto più vero quanto più è esagerato, anche quando la trama richiede più di una sospensione del dubbio. Almodovariano, naturalmente, anche per la centralità del "femminile" nel dipanarsi della trama. E', il mondo di questo film, un mondo in cui davvero le donne sono "regine" - e così loro stesse si definiscono, perché quando le tre gemelle sono nate Re Farouk ha voluto benedire un evento tanto raro. E il carattere di rarità caratterizza tutta la loro esistenza: Flora, Rose e Yasmin si sposano nello stesso giorno e fanno un'unica festa di nozze, in cui si ha la sensazione di assistere a una grande festa paesana come se ne vedono - o se ne vedevano - anche nell'Italia centro-meridionale. Uno dei mariti - quello di Flora - resterà paralizzato cadendo da un'impalcatura e Flora, non potendo avere figli, si farà dare uno dei due gemelli che Yasmin porta in grembo. Quando però le autorità vengono a sapere che l'adozione è illegale e non è stata registrata, le toglieranno il figlio e lo manderanno in un kibbutz. Il marito di Rose morirà per una grave crisi d'asma, proprio quando la coppia sta preparando i bagagli per emigrare a Miami e, in mezzo alla confusione e al trambusto, non si troverà più l'inalatore - in realtà abilmente occultato da Flora: una morte molto somigliante a un provvidenziale omicidio che impedisce la disgregazione della salda unità sororale. Come si vede, dunque, c'è di che far gioire gli amanti delle soap operas, degli intrighi, delle perfidie famigliari.

Siccome il film non è uscito e non uscirà mai in Italia, mi permetto di rivelarne il finale, adeguatamente tragico e melodrammatico. Grazie a un'improvvisa resipiscenza dell'ex marito di Yasmin, le tre sorelle riescono a recuperare i cinquantamila dollari per un "viaggio della speranza" in Egitto, dove Yasmin potrà sottoporsi a un trapianto di rene. Il cerchio si chiude con questo ritorno alle origini: nelle ultime scene le tre donne vengono scarrozzate, con gli occhi lucidi, in taxi per le strade di una caotica Alessandria. Purtroppo - o per fortuna - manca l'happy ending. Nel letto dell'ospedale in cui è ricoverata, Yasmin muore e, prima di morire, vede la madre che, ancora giovane e bella, si avvicina e la bacia sulla fronte, quasi chiamandola a sé (è facile pensare che sia un'allucinazione prodotta dalla morfina che le sta sgocciolando nelle vene). Se la funzione del melodramma è anche quella di tendere un'imboscata a chi lo guarda, mettendone fuori uso il puntiglio critico e le riserve da intellettuale cacadubbi, allora Tre madri centra in pieno il suo obiettivo: diverte, emoziona, commuove. E quando scorrono i titoli di coda lo spettatore - anche quello più smaliziato - si sorprende a tirar su con il naso per ricacciare indietro una lacrimuccia.

11/05/2008

L'America provinciale di Sherwood Anderson

Winesburg è la cittadina immaginaria dell'Ohio in cui Sherwood Anderson ambienta i racconti della sua raccolta più importante e famosa, Winesburg, Ohio, pubblicata per la prima volta nel 1919. Parlare di "raccolta di racconti", però, non è del tutto esatto, perché se i singoli racconti possono essere letti autonomamente, nel loro insieme formano un romanzo sui generis in cui certi personaggi tornano, in maniera ricorrente, da un racconto all'altro. A Winesburg non succede nulla di particolare: l'unica cosa che "accade" è la vita delle persone normali che la abitano e non è una vita granché esaltante. Con poche semplici pennellate Anderson ne fa un ritratto penetrante. Pur nella loro diversità, sembrano tutti personaggi che non sono riusciti a combinare molto nella vita o che, se hanno fatto qualcosa, alla fine non si è rivelato ciò che speravano. Uno dei protagonisti centrali è il giovane George Willard, che fa il suo apprendistato da giornalista nell'unico gazzettino di Winesburg. Intorno a lui sembrano confluire, prima o poi, tutte le storie degli altri abitanti della città. Ognuno di loro manifesta uno spiccato desiderio di "individualizzarsi", ognuno di loro si sente tarpare le ali da una società chiusa - e in trasformazione, perché Anderson dipinge il ritratto di una cittadina di provincia nel momento in cui l'industrializzazione la sta portando verso la modernità -, ma allo stesso tempo nessuno riesce davvero a staccarsi dalle vecchie forme di vita a cui è abituato. Ciò che li frena è anche ciò di cui sentono nostalgia: il senso di appartenenza alla comunità li soffoca e li rassicura allo stesso tempo. Vorrebbero poter dire "io" e abbandonare le forme convenzionali in cui si sentono invischiati, ma allo stesso tempo questo anelito di libertà incute loro timore. La ribellione, quando c'è, finisce per essere inefficace e per far sprofondare i ribelli nell'ineludibilità della loro esistenza. E' il caso, per esempio, di Elmer Cowley che nel racconto "Queer" decide, a un certo punto, di non essere più "strano" e diverso da tutti. Il premio di questo cambiamento dovrebbe essere una sorta di mitica fusione con il resto della comunità, che però non ha luogo se non nella sua immaginazione e nelle sue parole: "Non sarebbe più stato diverso e si sarebbe fatto degli amici. La vita avrebbe cominciato ad avere calore e significato anche per lui come ne aveva per gli altri". E' il caso di Wing Biddlebaum, a cui è dedicato il racconto "Hands" (Mani) e che vive da solitario a Winesburg, intimorito dalle proprie mani da quando, tempo prima, era stato scacciato da un altro paese dove faceva l'insegnante perché con quelle mani era uso accarezzare i bambini a lui affidati: uno scandalo di "pedofilia" prima che questa diventasse l'isteria del giorno, insomma. E' il caso del reverendo Curtis Hartman, che scopre la "forza di Dio" solo quando vede una donna nuda nel letto della casa di fronte. All'interno di questo romanzo-racconto, poi, c'è anche una "storia in quattro parti", intitolata "Godliness" (Divinità), che è il resoconto efficace di come, nell'America profonda di fine ottocento e inizio novecento, il fanatismo religioso e la mentalità imprenditoriale si fondono, nella figura di Jesse Bentley. Di queste personalità è costellato il libro di Sherwood Anderson: sono, in un certo senso, "grotteschi" - come viene detto nel primo racconto, che serve da introduzione -, perché sono "le verità che rendevano la gente grottesca. [...] Nel momento in cui una delle persone si prendeva una delle verità, la definiva la sua verità e cercava di vivere la propria vita in accordo con essa, diventava un grottesco e la verità che aveva abbracciato una menzogna". In ogni caso, ognuna di queste vicende è soffusa di malinconia e di senso di smarrimento, ben riassunti in uno degli ultimi racconti - "Sophistication" -, in cui Anderson scrive: "Si trema al pensiero della mancanza di significato della vita, mentre allo stesso istante, e se la gente della città è la propria gente, si ama la vita con tanta intensità che ti vengono le lacrime agli occhi". La stessa cittadina di Winesburg è un grande personaggio collettivo.

Confesso che fino all'anno scorso di Sherwood Anderson io non sapevo nemmeno il nome. Solo adesso, facendo qualche ricerca su Wikipedia, scopro che Anderson è stato tra gli ispiratori di altri scrittori - più importanti e famosi di lui - come Steinbeck o Faulkner. C'è chi si chiederà, quindi, come io sia venuto a conoscenza di questo autore, praticamente dimenticato in Italia. Come spesso capita, è stato per merito di un altro scrittore. L'anno scorso, stavo leggendo Una storia di amore e di tenebra, il romanzo autobiografico di Amos Oz. Verso la fine, quando Oz, che allora viveva nel kibbutz Hulda, racconta dei suoi esordi come scrittore e spiega che si sentiva limitato, perché limitato era l'ambito geografico in cui si muoveva: per scrivere come i grandi scrittori, quelli veri, bisognava andarsene, conoscere "il grande mondo" in cui avvenivano le cose: Londra, Parigi, New York, Montecarlo, le savane dell'Africa o i boschi della Scandinavia. Se è uscito da questo "circolo vizioso", Amos Oz lo deve proprio a Sherwood Anderson e al suo Winesburg, Ohio, tradotto per la prima volta in ebraico nel 1959. Ed è quindi in questa occasione che anch'io l'ho sentito nominare per la prima volta, provando un'immediata curiosità nei suoi confronti. Scrive Oz: "Le cose ambientate a Winesburg, Ohio sono tutte banali e normali, ricavate da materie di pettegolezzi o di piccoli sogni irrealizzabili". Ma sono soprattutto i personaggi a colpire il grande romanziere israeliano: "personaggi simili, tipi di cui sino a quella notte non avrei mai detto che per loro ci fosse posto nella letteratura altro che, forse, come figure di sfondo, capaci di suscitare nel lettore al massimo mezzo minuto di ironia o di pietà. E invece qui in Winesburg, Ohio stavano al centro di ogni storia faccende e persone che, per parte mia, erano ben al di sotto dei requisiti letterari che immaginavo necessari - sotto la soglia minima richiesta". L'insegnamento, per Amos Oz, è di quelli che non si dimenticano più: "mi indusse a raccontare quello che mi stava intorno. Per merito suo compresi improvvisamente che il mondo scritto non dipende da Milano o Londra, e invece gira sempre intorno alla mano che scrive, nel luogo in cui scrive: dove sei tu - quello è il centro dell'universo". Leggere queste parole in un libro che mi ha letteralmente entusiasmato, scritte da un autore che ho ammirato e ammiro, ha immediatamente acceso la mia curiosità per Sherwood Anderson. Una curiosità ben riposta, posso dire ora dopo aver letto Winesburg, Ohio; un consiglio - quello di Amos Oz - da seguire: è bene fidarsi dei gusti e delle opinioni degli autori che si stimano.

10/05/2008

Frammenti di sogno

Da tre settimane praticamente non sogno. O, per meglio dire, dei sogni che ho fatto sopravvivono solo dei frammenti d'immagine. Ne ricordo, in particolare, due, entrambi inquietanti. Nel primo protagonisti sono ancora i denti, che in passato mi erano caduti tutti. Questa volta mi accorgo che sono tagliati in vari punti, con un taglio netto. E' come se la parte smaltata fosse un guscio - o un coperchio - che, reciso, lasciasse intravedere all'interno un'anima di un altro colore. Per dare un'idea, è come quando si taglia la buccia di un seme tostato di girasole e dentro si vede il vero e proprio semino verde. La cosa, nel sogno, mi sorprende (anche perché i "denti interni" hanno colori strani, sono spesso variopinti), ma mi tranquillizza il fatto che i denti non stanno cadendo. Nel secondo, invece, ho comprato una nuova libreria che devo montare da solo. Pensavo fosse molto grande e, invece, mentre la sto montando scopro che è stretta e mi arriva poco sopra il ginocchio. Solo in un secondo momento vedo che è composta di più elementi sovrapposti - stratificati, direi -, che devo staccare e collegare tra loro, come i binari di una ferrovia giocattolo per bambini. Mi metto di buona lena a farlo e vedo che la libreria è effettivamente molto grande, ma ha anche la struttura dei binari, tanto che mi chiedo se, una volta terminata, sarà in grado di reggere tutti i libri che dovrà ospitare. Interessante è il dettaglio chequesta libreria sarà allestita in una casa dove sono presenti anche i miei genitori - e da qui deduco o che è casa loro o che io vivo ancora con loro. Nei miei sogni, dunque, vengo costantemente risucchiato dalle mie origini.

08/05/2008

Perché l'Occidente non va a sinistra?

Nel suo saggio Il Mostro Mite, Raffaele Simone, docente di linguistica all'Università di Roma Tre, parte da una constatazione oggettiva: ovunque in Occidente - non soltanto in Italia, cioè - la sinistra è in arretramento: spesso perde le elezioni e, anche quando non le perde, i suoi princìpi sono sotto attacco, tanto che nei paesi in cui governa si è dovuta "adattare" e li ha annacquati. Perché questo è accaduto? Simone tenta di dare una risposta, sia in termini "negativi" - facendo un'analisi di ciò che non ha funzionato nella sinistra stessa -, sia in termini "positivi" - descrivendo quello che si è sostituito alla sinistra, mostrandosi così potente da prenderne agevolmente il posto.

Se è vero che alcuni obiettivi storici della sinistra si sono realizzati, è altrettanto vero che nessuno si è radicato nei paradigmi politici e, soprattutto, nella mentalità collettiva dei paesi occidentali. L'idea di welfare, l'istruzione obbligatoria, la salvaguardia del lavoro e dei lavoratori, la difesa dei diritti civili sono princìpi di sinistra che - malgrado tutte le critiche - si sono imposti, ma altri obiettivi, come "libertà, uguaglianza, comunità, fratellanza, giustizia sociale, società senza classi, cooperazione, progresso, pace, prosperità, abbondanza, felicità", sono lungi dall'essersi realizzati e - commenta Simone - "sembrano perfino toccanti nella loro smodata ambizione o nel loro candore". Oltre a questo, c'è il problema della catastrofe provocata dalla versione comunista con cui la sinistra viene spesso - anche a sproposito - identificata. Da questo punto di vista, i suoi avversari hanno buon gioco a ridurre ogni "sinistra" alla sua incarnazione comunista, usando questo termine per denigrarla e svalutarla. A questo si aggiunge l' "inarrivabile pochezza intellettuale e ideativa dei gruppi dirigenti" della sinistra, che si caratterizza appunto per la sua incapacità di analizzare la realtà e di fornire soluzioni di ampio respiro. Numerosi, infatti, sono i fenomeni e i nodi epocali che la sinistra non ha saputo nemmeno prevedere: "l'integrazione europea [...], l'unificazione della Germania e la caduta dei comunismi centro-orientali, l'esplosione del fattore etnico della politica, il dilagare dell'immigrazione clandestina di massa in tutta Europa, il fondamentalismo, l'islamismo radicale e il connesso terrorismo, la catastrofe ecologica e demografica, la rivoluzione digitale, la globalizzazione, la posizione dell'Europa nel mondo, il risveglio della Cina e dell'India, le mode culturali dei giovani e la trasformazione dei loro valori politici, la violenza urbana e i nuovi processi sociali, la crisi della scuola e dell'educazione". Tutto ciò ha provocato una crisi culturale della sinistra che sovente è diventata un contenitore in cui non si sa che cosa mettere. Il caso dell'Italia, infatti, è paradigmatico: Simone ricorda l'evoluzione del PCI e sottolinea come a ogni passaggio "il patrimonio della sinistra ha perso un grado alcolico", come se il motto di ogni operazione di fusione - compresa l'ultima, quella del PD - fosse "scolorirsi prima di fondersi". Sintomatico di questo modo di procedere è il cosiddetto "buonismo", definito da Simone come un atteggiamento di "mansueta accettazione di tutto ciò che accade, di paziente resa alle cose come vengono, soprattutto per quanto riguarda i processi sociali", pericoloso perché "dietro il suo aspetto sorridente e speranzoso il buonismo nasconde un atteggiamento passivo, inerte e un po' ottuso, non privo di fattori di tipo penitenziale e di auto-flagellazione", dettato dalla paura di apparire "troppo di sinistra".

Tutto ciò, però, non basterebbe a spiegare il declino della sinistra, se non ci fosse l'altra faccia della medaglia - la faccia, per così dire, vincente -, rappresentata dal trionfo della destra nella sua fase moderna, globalizzata e mediatica. E' quella che Raffaele Simone definisce "Neodestra". Diversamente dalle destre tradizionali - soprattutto quelle autoritarie o fasciste - la Neodestra si è imposta con metodi non cruenti, anche se talvolta sono devastanti, ed è perfettamente adeguata ai tempi. Innanzitutto è seducente e sa rendersi desiderabile, poi è "embedded" - incastonata - nella globalizzazione e nei poteri planetari, è tecnologica e arcicapitalistica - cioè più finanziaria che industriale, perché se fosse industriale richiederebbe la cooperazione degli operai, che sono potenzialmente pericolosi -, non si lega a un singolo partito, perché rischierebbe di essere sconfitta una volta che fosse sconfitto quel partito, ma si impone soprattutto come una "mentalità diffusa e impalpabile" che si assorbe semplicemente seguendo i media (la televisione in primo luogo). E' ultraconservatrice, tranne che per quanto riguarda l' "innovazione dei proditti" e l' "espansione dei consumi", che devono svilupparsi senza fine: "Il mercato e il consumo sono per essa la vera mission della modernità". L'arcicapitalismo, infatti, non sfrutta soltanto i propri lavoratori, ma cattura la sua clientela e trasforma i cittadini in "clienti condannati allo stato di puerizia". La superficie, dunque, è scintillante, ma sotto di sé ha un nucleo duro che sa imporsi: grazie alla prima impone un atteggiamento di divertimento continuo, ben espresso attraverso la forma principe dell'entertainment. Se la Neodestra è vincente è anche perché non limita i suoi affari a un singolo paese, ma si estende a tutto il globo ed esprime un sistema politico-finanziario sottratto a ogni controllo politico e sindacale.

Secondo Simone, dunque, la sinistra ha perso nei confronti di questa seducente Neodestra proprio perché quest'ultima esprime lo "Zeitgeist" - lo spirito dei tempi - e "appare moderna, affabile e trendy". La sinistra, invece, con i suoi ideali spesso faticosi, che richiedono l'intervento attivo della politica e uno sforzo in più di mediazione, ha un'aria polverosa e uggiosa. Per citare le parole di Simone: "In un'epoca dissipativa, consumista e liberista all'estremo come la nostra, [gli ideali della sinistra] hanno un aspetto intrinsecamente restrittivo, dimesso e deprimente". Anche chi in teoria dovrebbe essere il naturale destinatario degli ideali di sinistra ha perfettamente metabolizzato gli incanti della Neodestra: "il nuovo atteggiamento dei 'sottoproletari' verso l'istruzione e la cultura: agli albori della modernità globalizzata, quel che a loro importa è entrare non nel circuito dell'istruzione ma in quello del consumo. Insomma, vogliono cominciare a consumare come i benestanti, come la classe agiata. Vogliono entrare nello Zeitgeist. Quella [...] è la premessa del riscatto". Più facile, dunque, che rivendichino la Playstation che non, per esempio, la difesa della scuola pubblica o del sistema sanitario nazionale.

Per meglio definire questo fenomeno della Neodestra, Raffaele Simone usa il termine di "Mostro Mite", che dà il titolo al suo saggio e rappresenta il "paradigma di cultura delle masse della Neodestra", le cui caratteristiche vengono descritte nella parte conclusiva del saggio. C'è l'ossessione per il tempo libero, che deve essere sempre occupato, possibilmente con il "fun", il divertimento a tutti i costi; c'è l'indebolimento della capacità di separare la realtà della finzione ("il Mostro Mite, inducendo la perdita della distinzione tra cose vere e cose finte, ha sparso sul mondo moderno, a mo' di polveri sottili, una condizione di lieve psicosi"). Questa distinzione, sostiene Simone, s'affievolisce fino a sparire e "il falso deborda nel vero, lo avviluppa e divora fino a installarsi al suo posto con piena autorità ontologica". Ma soprattutto c'è il predominio della dimensione del "vedere" - ai cui presupposti l'autore dedica pagine molto interessanti -, che nell'epoca moderna significa soprattutto vedere "spettacoli", cioè cose montate ad arte per creare certi effetti. Il reale viene a sua volta spettacolarizzato e al tentativo della comprensione, che richiede impegno e sforzo, si sostituisce l'atto del guardare, per il quale basta un impegno interpretativo pressoché uguale a zero. "Il reale 'duro' diventa, agli occhi di chi è abituato alla tecno-visione, impalpabile e fasullo al pari della sua raffigurazione". Infine, tra i paradigmi dell'epoca contemporanea, Simone annovera lo svanire di sentimenti come la vergogna - una passione ormai "inutile" in un mondo in cui il vedere e il farsi-vedere hanno valore preminente - e la compassione, ovvero la solidarietà, che il "Mostro Mite" ha rimpiazzato con un imperturbabile egoismo, di cui nelle pagine successive vengono declinate le manifestazioni più evidenti.

Nel capitolo conclusivo Raffaele Simone si pone una domanda curiosa: "Il mondo è di destra?" - intendendo, con questo, se gli istinti dell'uomo non lo portino "naturalmente" a destra. Per rispondere, espone in cinque punti i tratti che caratterizzano la destra: postulato di superiorità, postulato di proprietà, postulato di libertà, postulato di non-intrusione dell'altro, postulato di superiorità del privato sul pubblico. Presi nel loro insieme, disegnano una "società aggressiva, egoistica e pericolosa". Attorno a questi postulati - più o meno mitigati - si articolano le varie versioni della destra, che corrisponderebbero a una sorta di tendenza naturale o nativa - cioè precedente a ogni elaborazione - così come si manifesta, per esempio, nei bambini. Per giustificare sé stessa, infatti, "la destra riconduce le differenze (cioè le disuguaglianze) tra gli uomini alla natura o alla situazione di fatto (o a Dio). In ogni caso le tratta come inevitabili o inestirpabili, o perfino salutari, perché riflettono una disparità che è nelle cose stesse, non nell'arbitrio della storia. Chi 'sta sopra' [...] deve avvantaggiarsi di chi 'sta sotto', perché le cose stanno così. Per questo le differenze non vanno corrette con provvedimenti di riequilibrio, ma devono esser lasciate come sono e messe semmai a frutto". Le posizioni di sinistra, invece, sono "astratte, laboriose e labili" - scrive Simone - e, quindi, per stare a sinistra, occorre un maggiore sforzo su sé stessi: la sinistra esprimerebbe, dunque, una posizione più culturale che è più difficile e costosa da mantenere, anche perché - per essere conservata - occorre che l'individuo vada contro i suoi interessi immediati. In un'epoca come la nostra, una posizione come questa è destinata a essere perdente o, quanto meno, a essere sempre in bilico, soprattutto quando si pensa alla scarsa caratura intellettuale di chi dovrebbe difenderla, traducendola in proposte politiche e formulando prospettive per il futuro. Stare a sinistra - dice Simone con una certa amarezza - ha una "dimensione intrinsecamente 'penitenziale'"

Per tutto il saggio di Simone serpeggia insomma la sensazione che ormai sia troppo tardi per recuperare il tempo perduto. Per riprendere una similitudine usata dall'autore, la sinistra assomiglia a certi corrispondenti di guerra inesperti che arrivano sul teatro d'operazioni in ritardo, quando ormai le truppe si sono ritirate, il vincitore è stabilito e non c'è più nulla da descrivere. La domanda, quindi, non riguarda più il "che cosa si può fare?", ma il "che cosa è successo perché si arrivasse a questo punto?". Nella sua analisi, Simone sembra il medico che stila un referto dopo aver fatto una diagnosi - e molto spesso, nel suo libro, questa diagnosi assomiglia tristemente a una dichiarazione di morte.

Insight sull' "insight"

La psicologia dell'insight è un continuo rimescolare in un calderone di merda. C'è poco da fare: la merda che è sotto viene portata in superficie e quella che è sopra finisce in fondo. Si ha un bel mescolare: non evapora mai e, anzi, gira che ti rigira l'odore si fa più pungente e insostenibile. Bisogna essere degli illusi per pensare che, a forza di rimestare, la merda diventi mousse au chocolat. Sarebbe meglio lasciare il calderone lì dov'è ed esattamente com'è: male che vada, la merda, immobile, non sarà molesta più di tanto e il tanfo sarà limitato, finché non ci si avvicinerà troppo. E invece no, la psicologia dell'insight ci impone di immergerci lì dentro e di ravanare a piene mani. Perché sapere sarebbe meglio che non sapere, perché è sapendo che si creerebbero i presupposti di un cambiamento. Sì, proprio un bell'affare.

05/05/2008

Giorni di casalinghitudine

Ho cominciato venerdì. La prima cosa da fare era liberare il pavimento dello studiolo dai libri che vi avevo accumulato e riporli negli scaffali, sistemando allo stesso tempo, nel giusto ordine - cioè quello alfabetico -, i libri che avevo già letto. Prima i libri in italiano poi, il giorno dopo, quelli in inglese e i dvd. Poi è venuto il momento di sgombrare la scrivania di tutti i detriti che vi si erano depositati dopo sei mesi di traduzione: munito di un sacco della spazzatura, ne ho approfittato per fare un repulisti generale. Poi ci sono stati tre o quattro carichi di lavatrice, per diminuire la montagna di cose da lavare. Oggi ho passato l'aspirapolvere in tutta la casa e ho lavato i pavimenti: è incredibile la quantità di polvere che si stratifica sui mobili e negli angoli più reconditi se ci si lascia cogliere da un momento di distrazione. Adesso - anche se non ho ancora finito - la casa comincia ad assumere un aspetto più presentabile. Io, non so.

In ogni caso ho capito che la casalinga è l'Avanguardia della Lotta contro l'Entropia. E io non sono un guerrigliero. Soprattutto delle cause perse!

04/05/2008

La razionalità economica non va contrastata, ma anzi incentivata

Come dice qualcuno, non c'è contraddizione tra il fatto che dobbiamo lavorare sempre più a lungo e, allo stesso tempo, veniamo considerati dei ferrivecchi alla soglia dei quarant'anni, tanto che, con il passare del tempo, ci resteranno lavori sempre più degradati e insulsi e pagati male. E' la legge dell'economia - mi dicono -, per cui si viene retribuiti a seconda del valore del lavoro prestato: se questo lavoro è disponibile in abbondanza (cioè lo può svolgere chiunque) e se chi lo presta ha ormai una certa età ed è un limone spremuto che non dà più succo, è solo logico e razionale - economicamente razionale - che venga pagato con un piatto di lenticchie. E noi chi siamo per opporci a questa forma di razionalità? E con che pretesa noi vorremmo contrastare la forma superiore di razionalità che oggi è la razionalità economica? Dopo tutto ciò che è razionale è anche naturale e tutto questo non è una forma di cinico sfruttamento, ma semplicemente è nella natura delle cose - e poco importa che quest'ultima sia il prodotto di una riflessione, non disinteressata, di tipo culturale. Ma se la misura dell'individuo e del suo valore - oltre che della sua dignità, ma ormai è inutile usare questa parola, che non si può tradurre in nessuna formula matematica da usare in ambito macroeconomico - è il suo posizionamento all'interno dell'economia, del mercato e delle sue rigide leggi (che, ricordo ancora, sono non soltanto razionali ma anche naturali), perché lasciare le cose a metà e non portarle fino in fondo, fino alle logiche conseguenze derivanti da certe premesse? Possiamo rappresentare il valore degli uomini come una curva decrescente man mano che si avvicinano alla vecchiaia: da un punto massimo si arriva a un punto minimo che, a una certa età, si avvicinerà asintoticamente allo zero. Via, per comodità, diciamo pure che da un certo momento in avanti loro varranno zero. Poiché questa è una verità innegabile - o qualcuno vorrà smentire la razionalità economica che è non soltanto reale ma anche naturale? - non sarebbe dunque il caso di incentivare la dismissione spontanea di individui che ormai non hanno più valore? Individui che, per di più, se si ostinano a restare in vita dopo una certa età presentano più costi che non benefici? Una società di mercato perfettamente funzionante non permette che dei rami secchi intralcino la sua avanzata, soprattutto se finiscono per consumare più risorse di quante non ne producano. Come se non bastasse, queste persone non soltanto sono poco o nulla produttive - e, se lavorassero, la loro resa sarebbe irrisoria e quindi, logicamente, non dovrebbero essere nemmeno retribuite -, ma sono inutili anche all'altro estremo che caratterizza il "cittadino ideale" per le leggi (razionali e naturali) dell'economia, quello del consumo. Al di là di cose poco glamourous come medicinali, pannolini e pannoloni, stampelle, carrozzine, non sono suscettibili di spendere la loro - spesso esigua - pensione in oggetti inutili e dispendiosi e, soprattutto, trendy. Non subiscono il fascino dei gadget. Insomma, non fanno girare l'economia: né per quanto riguarda la produzione, né per quanto riguarda il consumo. I loro bisogni sono sovente troppo umani e troppo elementari: la macchina che produce inutili idiozie non saprebbe che farsene. Se chi sostiene che l'economia - questa economia - è sempre razionale vuole essere davvero coerente, allora dovrebbe tirare l'unica conclusione possibile, senza finti scrupoli di coscienza (e poi che cos'è, questa coscienza? Che valore economico ha? Torna forse utile all'accrescimento degli utili?), e predisporre un programma per l'eliminazione, progressiva e indolore, di chi si sta avvicinando al valore zero. Sarebbe un'azione economicamente razionale, dunque naturale: in fin dei conti ne va dell'unica cosa che conti, il nostro PIL.

03/05/2008

Erich Fromm, psicoanalisi e religione

Erich_frommA che cosa serve la religione? E, soprattutto, la religione serve ancora a qualcosa? Soddisfa una funzione ben precisa nella psicologia dell'uomo? Infine, lo sviluppo della psicoanalisi minaccia la religione? Sono alcune delle domande a cui tenta di rispondere Erich Fromm nel suo saggio, breve e scritto con grande spirito di chiarezza, Psychoanalisis and Religion. Questo testo si basa su una serie di lezioni che il noto psicoanalista americano, di origine tedesca, tenne a Yale all'inizio degli anni cinquanta.

Secondo Fromm esistono due modi principali di intendere il fenomeno religioso e tagliano attraverso diversi tipi di religione (e Fromm chiama con questo nome anche certe ideologie, come lo stalinismo, che per propria definizione non sarebbero tali): un modo "umanistico" e un modo "autoritario". Nel secondo l'uomo è subordinato a un'entità superiore alla quale deve assoluta obbedienza. L'uomo non ha nessun potere, tutto il potere è della "divinità". Nella prima, invece, "dio" è semplicemente espressione - o metafora - delle capacità dell'uomo e può essere servito solo se l'uomo s'impegna a realizzare sé stesso e le sue potenzialità (per usare le parole dello psicoanalista: "Dio è un simbolo dei poteri dell'uomo che cerca di realizzare nella sua vita e non è un simbolo di forza e dominio, che ha potere sull'uomo"). In genere, però, quando la religione si associa al potere temporale è la forma "autoritaria" a prendere il sopravvento. Al riguardo Fromm osserva: "E' la tragedia di tutte le grandi religioni quella di violare e pervertire i princìpi di libertà non appena diventano organizzazioni di massa governate da una burocrazia religiosa. L'organizzazione religiosa e gli uomini che la rappresentano prendono, in certa misura, il posto della famiglia, della tribù e dello stato. Tengono l'uomo in catene invece di lasciarlo libero. Non è più Dio a essere adorato, ma il gruppo che sostiene di parlare in suo nome". Non è raro, scrive Fromm, che una stessa religione passi da una forma all'altra - il primo cristianesimo, infatti, sarebbe umanistico e non autoritario -, mentre altre religioni non hanno sviluppato la loro componente autoritaria, o hanno saputo disinnescarla: numerosi sono gli esempi concreti portati da Fromm, anche in forma aneddottica. Se poi la religione - come diceva Freud - è una specie di "nevrosi" (o, al contrario, se si può persino sostenere che la "nevrosi" sia una sorta di "religione privata", con i suoi riti che si impongono all'individuo per esorcizzare dei problemi sottostanti), è evidente per Fromm che la religione autoritaria è espressione di un certo masochismo umano: "Nella religione autoritaria Dio diventa l'unico possessore di ciò che originariamente era dell'uomo: la sua ragione e il suo amore. Quanto più perfetto diventa Dio, tanto più imperfetto diventa l'uomo, che proietta ciò che ha di meglio su Dio e così impoverisce sé stesso. Ora Dio ha tutto l'amore, tutta la saggezza, tutta la giustiza - e l'uomo è privato di queste qualità, è vuoto e povero. [...] Questo meccanismo di proiezione è lo stesso che si osserva nelle relazioni interpersonali di carattere masochistico e sottomissorio in cui una persona è intimorita da un'altra e attribuisce i suoi poteri e le sue aspirazioni all'altra persona". Dopo che l'individuo ha proiettato tutte le sue qualità su Dio, quest'ultimo è l'unico modo per accedere a quella parte di sé stesso che si è alienato: in questo modo l'uomo diventa non solo dipendente - sostiene Fromm -, ma anche malvagio: diventa un uomo "senza fede in sé stesso o nei propri simili, senza l'esperienza del proprio amore, del potere della propria ragione". Un conto, infatti, è riconoscere i propri limiti, un altro è crogiolarsi nell'esperienza della sottomissione e dell'impotenza e dedicarsi a un'indagine masochistica dei propri tratti caratteriali.

Che cosa c'entra questa dicotomia (religione umanistica verso religione autoritaria) con la prassi psicoanalitica? Fromm sostiene che una divisione simile attraversa anche la psicoanalisi. Fromm esordisce dichiarando che la "psicoanalisi come cura dell'anima ha una funzione religiosa, in modo molto evidente", nel senso in cui "religione" significa "ricerca di senso" della vita e possibilità di realizzazione piena dell'individuo e delle sue potenzialità. Tuttavia anche la psicoanalisi può puntare in due diverse direzioni: da un lato, agli individui che soffrono perché avvertono la propria incapacità di tenere il passo con la società, può porsi come obiettivo l'adeguamento, con cui si intende "la capacità di un individuo di agire come la maggioranza delle persone nella sua cultura". Secondo questa concezione, i modelli esistenti di comportamento approvati da una certa società costituiscono i criteri che stabiliscono la "sanità mentale" e in questo caso "la terapia che ha come unico obiettivo l'adattamento sociale può soltanto ridurre la sofferenza in eccesso del nevrotico portandola al livello medio di sofferenza inerente a questi modelli". Viceversa, la psicoanalisi può porsi anche un secondo obiettivo, più alto: lo sviluppo ottimale delle potenzialità di una persona e la realizzazione della sua individualità. Ecco quindi che, anche per la psicoanalisi, si può riprodurre la stessa frattura tra una concezione "autoritaria" - consistente principalmente nella subordinazione a un principio alto e considerato "oggettivo", ma in realtà masochistico - e una concezione "umanistica". Questo non significa che solo i nevrotici non sono riusciti a emanciparsi, mentre chi si è adattato alla società ci è riuscito, ma "al contrario, nella nostra civiltà la grande maggioranza delle persone è bene adattata perché ha abbandonato la lotta per l'indipendenza prima e in maniera più radicale del nevrotico. Hanno accettato il giudizio della maggioranza in modo così completo da essersi risparmiate l'acuto dolore del conflitto attraverso il quale, invece, passa il nevrotico".

Nell'ultimo capitolo, infine, Fromm tenta di rispondere a una domanda formulata all'inizio: "La psicoanalisi è una minaccia alla religione?", memore anche del famoso saggio di Sigmund Freud, L'avvenire di un'illusione. Per farlo, però, differenzia vari aspetti della religione: l'aspetto esperienziale - cioè "il sentimento e la devozione religiosa" -, l'aspetto magico-scientifico, l'aspetto ritualistico e l'aspetto semantico. Per alcuni di questi aspetti, la psicoanalisi - lungi dall'essere un'avversaria della religione - potrebbe persino esserle di giovamento: il sentimento religioso, per esempio, prescinde dallo sviluppo delle conoscenze scientifiche, che incidono invece sull'aspetto magico-scientifico, cioè l'uso che gli uomini fanno (o facevano) di interpretazioni "soprannaturali" per fenomeni che non sapevano spiegarsi altrimenti. L'aspetto ritualistico, come si è visto, è qualcosa che accomuna "religione" e "nevrosi", anche se nel primo caso il rituale diventa un' "azione condivisa espressiva di tensioni comuni radicate in valori comuni. [...] Il contributo che la psicoanalisi può dare alla comprensione dei rituali consiste nel mostrare le radici psicologiche della necessità dell'azione rituale, differenziando i rituali compulsivi e irrazionali da quelli che sono espressioni di una devozione comune ai nostri ideali". Per quanto riguarda, infine, l'aspetto semantico, Fromm ribadisce che il linguaggio usato dalla religione è, in sostanza, lo stesso linguaggio simbolico usato dai miti in passato e dai sogni anche ai giorni nostri, un linguaggio che ci è stato reso accessibile - sostiene Fromm - grazie all'opera di interpretazione di Freud. Conclude Fromm che "il vero conflitto non è tra la fede in Dio e l' 'ateismo' ma tra un atteggiamento religioso umanistico e un atteggiamento che equivale all'idolatria, indipendentemente da come quest'atteggiamento si esprima - o si travesta - nel pensiero cosciente".

02/05/2008

La corrente

Sarebbe bello lasciarsi trasportare dalla corrente, senza opporre resistenza. L'acqua va comunque dove vuole e le nostre energie sono limitate.