Delle capitali scandinave Oslo è la più pallosa, forse più di Tallinn. No, scherzo: Tallinn non è la capitale di un paese scandinavo. Sta di fatto, però, che Oslo è davvero noiosetta - nonostante i tanti teatri che vanta, ma io non parlo norvegese - e un filo più provinciale delle altre, tanto da essere considerata un po' la loro la "parente povera". O, come ho scritto a qualcuno, è eccitante quanto un ospizio pieno di vecchi imbottiti di Tavor (è un'iperbole, lo dico prima che qualcuno si scateni nei commenti dandomi dell'idiota).
Il primo impatto, quando finalmente venerdì sbarchiamo in aeroporto, dopo aver cambiato aereo a Vienna e dopo aver tremato sul primo Canadair da Linate a Vienna, il primo impatto è positivo: per prendere il treno diretto in città basta strisciare la carta di credito ai tornelli, che si spalancano miracolosamente. Che efficienza, che organizzazione. Una volta scesi alla fermata del Teatro Nazionale sbuchiamo sull'arteria principale, la Karl Johans Gate, e ci colpisce quello che ormai a Milano abbiamo dimenticato: aria fresca e pulita, nessuna macchina parcheggiata in doppia fila (e, spesso, nessuna macchina parcheggiata), traffico pressoché inesistente. Le fotografie che scatto, tra sabato e domenica, nella Kristian IV's Gate, dove c'è l'albergo, e dalla Henrik Ibens Gate verso il centro, lo testimoniano: la città ha un'aria quasi spettrale. Del silenzio e della pace che ne derivano non smetterò di bearmi finché restiamo a Oslo.
Eviterò di raccontare quello che c'è da vedere a Oslo, perché per questo basta consultare una qualsiasi guida. Quella che mi ero portato dietro io - una del Touring Club dedicata alle "Capitali del Nord", ma è stata la prima e l'unica che ho trovato a così breve termine - dedica lo spazio più esiguo a Oslo. La strada principale è la Karl Johans Gate, che collega il Palazzo Reale fino alla Stazione Centrale e che nei tre giorni del nostro soggiorno percorriamo fino alla nausea. Gli unici musei che ci concediamo sono la Galleria Nazionale, piena di pittori scandinavi a me sconosciuti e di qualche grande europeo, oltre che di una sala tutta dedicata a Munch, e, per l'appunto, il museo di Edvard Munch. C'è di buono che l'ingresso a entrambi è gratuito. In quest'ultimo, situato a est, ci siamo arrivati dopo avere scarpinato dal bel parco Vigeland - con le statue dello scultore norvegese che, leggo sulla guida, rappresenterebbero le varie fasi della vita, ma che hanno un retrogusto vagamente omofilo ed erotico -, che si trova nella zona opposta della città. Abbiamo visitato la zona dei docks - l'Aker Brygge -, che negli ultimi tempi sono stati amorevolmente ristrutturati, con la relativa costruzione di originali abitazioni, centri commerciali e ristoranti, e la Akershus Festning, la fortezza. L'ultimo pomeriggio - un po' alla svelta - siamo andati a visitare la nuova Opera, a forma di nave attraccata a un porto, inaugurata l'anno scorso e, sfidando le mie tradizionali vertigini, sono anche salito sul tetto. Queste ultime visite, il cui bonus è una splendida vista dall'altro, richiedevano di essere fatte entro le tre di pomeriggio, ora dopo la quale calava inesorabile la notte sulla città. E, in effetti, questo buio persistente - scarsamente illuminato dai pubblici fanali - è uno di quegli aspetti che a me renderebbe poco appetibile la vita in una città come Oslo.
[1-segue]



